L’ansia buona: perché tremare prima di entrare in scena è necessario

Immagine di attrice in camerino prima di andare in scena

C’è un momento che tutti gli attori conoscono bene: i secondi prima di entrare in scena. Il cuore accelera, la bocca si secca, le mani diventano fredde. È l’ansia che si ripresenta puntuale, anche dopo anni di esperienza, anche dopo decine di repliche.

Molti pensano che sia un difetto, un limite da combattere. In realtà, fino a una certa soglia, quell’ansia è un alleato prezioso. È il segnale che siamo presenti, che il corpo e la mente stanno entrando in uno stato di concentrazione assoluta.

Il terrore del vuoto di memoria
L’ansia dell’attore nasce quasi sempre da un pensiero: “E se dimentico le battute?”. È un timore antico quanto il teatro. Perché la scena è un flusso che non si può interrompere, non c’è possibilità di fermarsi e ricominciare. Il vuoto di memoria è l’incubo di ogni interprete, ma paradossalmente è anche ciò che lo spinge a prepararsi meglio, a provare e riprovare, a rafforzare la memoria muscolare e l’intesa con i compagni.

Ansia utile e ansia distruttiva
Se l’ansia supera una certa soglia, rischia di bloccare: le parole si confondono, i movimenti si irrigidiscono, la mente si spegne. Ma quando resta sotto controllo, diventa un carburante: aumenta l’adrenalina, affina l’attenzione, amplifica la percezione del momento presente. È come il filo teso di un equilibrista: senza tensione non regge, con troppa tensione si spezza.

Rituali e concentrazione
Ogni attore ha i suoi rituali per gestire quel momento. Alcuni respirano profondamente, altri ripetono mentalmente la prima battuta, altri ancora si isolano in silenzio. Io stesso, prima di un ingresso, vivo quell’ansia come un campanello d’allarme positivo: mi ricorda che sto per varcare una soglia e allora preferisco il silenzio che favorisce la concentrazione.

Luis Jouvet diceva: “Il sentimento precede la battuta”. Ed è vero: l’ansia, se incanalata, diventa il sentimento che prepara la scena, la vibrazione che dà verità alla prima parola pronunciata.

Non si supera, si impara a convivere
Molti sperano che con il tempo l’ansia svanisca. La verità è che non se ne va mai del tutto. Cambia forma, si attenua, ma resta. Ed è giusto così. Perché senza quell’agitazione, forse, recitare diventerebbe un atto meccanico. L’ansia buona ci ricorda che il teatro è vita, che ogni replica è diversa, che ogni ingresso è unico e irripetibile.

E allora, la prossima volta che sentirò lo stomaco stringersi poco prima di varcare la soglia del palcoscenico, saprò che non è debolezza. È presenza. È attenzione. È energia pura che chiede solo di trasformarsi in emozione.

L’arte segreta della semplicità

Mi piace ricordare che una voce ha dei ritmi interni che ne creano il dinamismo,
ma occorre essere abili a nascondere la tecnica che serve per arrivare a certi risultati. Niente è naturale. Per quel che mi riguarda, dietro l’evidente calore con cui lanci una battuta ci deve essere un freddo controllo delle intenzioni.

— Umberto Orsini, “Sold Out”

C’è un momento preciso in cui lo spettatore smette di guardare un attoree inizia a credere a un personaggio. È un istante sottile, impercettibile, in cui il gesto, il tono, la battuta sembrano nascere lì, sul momento, come parte inevitabile di un presente che non può essere che quello.

Ecco la forza dell’apparente semplicità. Ma come spesso accade, ciò che sembra naturale è in realtà il frutto di un lavoro preciso, paziente, segreto. Niente, davvero, è naturale.
Lo sa bene chi recita ogni sera con lo stesso testo e cerca — ogni sera — un modo diverso per renderlo vivo.
Ogni parola detta sul palco è il risultato di una scelta.
Ogni pausa è un’intenzione.
Ogni inflessione è un rischio calcolato.

Umberto Orsini lo dice con disarmante onestà: il calore di una battuta deve appoggiarsi su un freddo controllo.
È lì che nasce il mestiere. Non nel talento puro, non nell’ispirazione improvvisa, ma in quell’equilibrio fragile tra emozione e tecnica. Tra il lasciarsi andare e il sapere esattamente dove si sta andando.

È questa l’arte più difficile: nascondere la costruzione, far sembrare spontaneo ciò che è stato ripetuto, analizzato, scolpito. Essere veri senza essere veri.
E riuscirci ogni sera, davanti a un pubblico diverso, con un’energia diversa.

Chi ama il teatro riconosce questa magia e forse non se la spiega ma la sente.
Perché quando qualcosa è fatto bene, profondamente bene, non si nota.
Si vive.

E allora l’attore che ha lavorato sulla voce, sul corpo, sul pensiero e sul respiro… può finalmente smettere di recitare.
E semplicemente… accadere.

Perché il teatro è vita.

La sindrome dello spettatore in scena

Succede che durante le prove di uno spettacolo a volte mi capiti di non accorgermi che “tocca a me”.

Le battute le so benissimo, dopo un duro lavoro di memorizzazione sono “automatiche” ma capita che gli attori con cui recito siano così bravi che cominci a seguirli quasi ipnotizzato dalla loro capacità di interpretazione e improvvisamente da attore anch’io quale sono, mi trasformi in spettatore. Uno spettatore privilegiato intendiamoci, perché seguo la narrazione sul palcoscenico, perché sono nel mezzo dell’azione in cui succede quel qualcosa che il pubblico (quello vero) paga per vedere.

Dunque passano alcune frazioni di secondo di sbigottimento in cui aspetto che qualcuno dica qualcosa o qualcosa succeda. Niente. Silenzio imbarazzato. A quel punto mi ricordo che devo dire la mia battuta, da controscena passo a “di scena”… e talvolta la memoria non aiuta perché l’attenzione fino a poco prima era altrove.

Per fortuna la sindrome dello “spettatore in scena” capita poche volte, anche perché una volta conosciuto il fenomeno lo si previene alzando l’asticella dell’attenzione, ma bisogna stare attenti perché cascarci è un attimo e allora sono guai: si spezza il ritmo, si rallenta l’azione, si crea imbarazzo e irritazione, tutte cose che non fanno bene al cast, alla narrazione e alla fruizione della storia.

È un fenomeno che parte da un fatto positivo (la bravura degli attori in azione) che però si trasforma in un guaio se non si sta attenti. L’unico vero rimedio è tenere alta la concentrazione.
Come in tutte le cose del resto.

Il potere dell’astrazione

Lucrezia interpretata da Patrizia Pozzi - Locandina della serata al conservatorio di Torino il 1/4/2023

Quando un attore è bravo? Quando un attore da artigiano diventa artista? Quando possiamo dire di aver apprezzato un’interpretazione davvero ben fatta? Ci sono molte risposte a queste domande, tutte lecite e legittime, poiché tanti sono gli elementi che concorrono a determinare la bravura di un interprete, ma io ne prediligo una: quando ci fa vedere e sentire ciò che non si vede e non si sente, quando cioè induce lo spettatore ad astrarre.

Ieri sera ho assistito ad una magnifica interpretazione: “Lucrezia” per la regia di Ivana Ferri e l’interpretazione di Patrizia Pozzi ed è stata emozione pura. Anche il giorno dopo, a mente fredda, quelle emozioni hanno lasciato il segno, sono sedimentate e continuano a farlo.

Si tratta di un monologo autobiografico di Lucrezia Borgia basato sulle ricerche storiche della professoressa Diane Yvonne Ghirardo dell’University of Southern California di Los Angeles e interpretato da Patrizia Pozzi. Una narrazione ricca di emozioni: gioia, tenerezza, dolcezza, rabbia, violenza, morte e dolore. In poco più di un’ora si viene immersi in un tempo, la fine del XV° secolo fatto di intrighi, cospirazioni, guerre, delitti e misfatti vari attraverso cui emerge la figura di Lucrezia non più con le tinte fosche della malvagità delle nefandezze commesse dai suoi familiari (come buona parte della letteratura e della storiografia ha fatto) ma con l’immagine pulita e sofferta di una donna di quel tempo che doveva affrontare e gestire un mondo patriarcale che su di lei aveva un peso ancora maggiore (essendo figlia di papa Alessandro VI). Al di là delle verità storiche, l’abile regia di Ivana Ferri ha offerto un tocco di dolcezza e tenerezza che nulla hanno tolto allo spirito cruento delle vicende narrate restituendo una figura umana, quella di Lucrezia Borgia, fatta di sentimenti e di intimi travagli.

L’interpretazione di Patrizia Pozzi è stata intensa, credibile e profonda. Ci ha fatto abitare le stanze dei castelli ferraresi, ci ha fatto vedere, apprezzare e disprezzare uomini e donne che parevano essere lì in carne e ossa, ci ha fatto soffrire amare e gioire con i sentimenti di Lucrezia e vivere le sue emozioni condividendole con noi, ha cioè fatto quello che una vera artista della scena sa fare, ci ha fatto emozionare, ci ha fatto astrarre, ci ha commossi, ci ha coinvolti, ci ha preso per mano e portato nel mondo di una donna così distante da noi da renderla tanto attuale e presente. Cosa si può chiedere di più ad un’attrice?

L’artigiano è un abile esecutore, capace e attento, l’artista è una fonte di emozioni.

Ieri sera Patrizia Pozzi ci ha emozionato.

Perché il teatro è vita.

Il fascino della morte

Ho colto un frammento di un’intervista a Mehdi M. Barsaoui, giovane regista tunisino. Fra le cose che ha detto ce n’è una che trovo tanto singolare quanto vera: “siamo affascinati più da ciò che non vediamo che da ciò che vediamo. La morte non la vediamo e per questo ci affascina.

Amici e colleghi spesso mi chiedono perché scrivo testi tragici e noir come la trilogia “El proceso”, “L’ultimo odore”, “Dopo”, “Il compleanno”, “La valigia” (il primo atto in particolare), “Il vuoto”, “L’ultimo giorno” o i testi che sto preparando su cui mi confronto con amici ed esperti in varie discipline (psicologia, spiritualità, filosofia, teatro); in questi lavori il tema della morte è sempre presente, e capisco che questo succede proprio perché ciò che non conosco mi affascina, mi avvicina all’incomprensibile e quindi lo faccio affrontare dai miei personaggi lasciando a loro il compito ingrato di affrontare e spiegare ciò che io non posso comprendere.

La morte non si vede ma si immagina, è parte del proprio credo o delle proprie angosce, sono portato a pensare che alle religioni molte persone affidino la ricerca di queste risposte.

Ogni narrazione è fatta di mistero, le prime battute che cominciano sovente in una “normalità” precaria, destinata a cambiare nel giro di pochi minuti (altrimenti non ci sarebbe nulla da narrare) hanno il compito di creare aspettativa, attenzione verso una storia ignota che verrà raccontata, bene o male non importa, che coinvolgerà gli spettatori rendendoli parte di un concatenarsi di eventi che produrranno emozioni, vera essenza dell’arte.

E quale mistero, quale emozione è più grande, coinvolgente, comune a persone di ogni latitudine, censo, cultura e condizione sociale della morte? A volte parlarne può servire ad esorcizzarne il timore che incute, a volte può evocare le nostre paure più profonde.

Quello che resta alla fine è il mistero di ciò che non si conosce, ed è quello che affascina.

Il bisogno di verità

“Benvenuti a teatrodove tutto è finto ma niente è falso
Questa frase di Gigi Proietti è la vera ragione per cui le persone continuano ad andare a teatro, per cui il teatro non morirà mai.

Ma cosa c’è dietro questo aforisma? E perché dovrebbe giustificare la presenza del pubblico in platea, nelle gallerie e nei loggioni? Perché il teatro è l’unico (o uno dei pochi ancora rimasti) luogo in cui, per usare una frase di Valerio Binasco, il sentimento e la parola si tengono per mano.

L’attore in scena deve essere credibile, ma per esserlo ha bisogno di provare un sentimento che, come diceva Louis Jouvet, precede la battuta.

Certo, la scena è finzione, l’interpretazione è finzione: io se interpreto Amleto non sono Amleto e la scenografia intorno a me (quando c’è) non è la reale ambientazione in cui avvengono i fatti, ed è quindi vero che in teatro tutto è finto, ma appunto finto non falso, perché se fosse così l’attore non sarebbe credibile, non sarebbe vero come appunto contestava Stanislawsky nel suo “Il lavoro dell’attore”, perché il falso in scena non è l’atteggiamento meschino di Jago nell'”Otello”, ma è l’espressione di un sentimento che non si prova.

Quando l’attore non prova un sentimento che manifesta in scena, il pubblico lo avverte, se ne rende conto perché manca quel momento di condivisione emotiva con lo spettatore, che alla fine gli fa dire nella migliore delle ipotesi “…hmmm sì sì, bravo ma non mi ha convinto.”

Sentimento e parola sono indissolubili sul palcoscenico perché in teatro non si rappresentano cose, facce o scenografie ma emozioni, stati d’animo, paure, gioie, amori, odio, sgomento, felicità… e quelle non si fingono, si possono solo sentire e vivere per condividerle col pubblico. Semmai le cose, le scenografie, i corpi, le facce (anche le maschere) sono tutti strumenti al servizio della narrazione che avviene attraverso il sentimento e la sua trasmissione.

Quando sentimento e intenzione si sono lasciati la mano? Secondo Valerio Binasco, “quando si premette il bottone che sganciò la bomba atomica su Hiroshima azzerando la voglia dell’umanità di fare festa”. Probabilmente è così, anche se non sono del tutto d’accordo. Penso che la fine dell’abbraccio fra parola e sentimento sia avvenuto progressivamente, mentre l’immagine prendeva a poco a poco il ruolo della verità e la parola ne diventava la cornice, al punto che oggi la tecnologia riesce a produrre le cosiddette “fake news” con tale verosimiglianza che è davvero difficile capire dove stia la verità.

In “Homo Videns” Giovanni Sartori affermava che l’eccesso di immagini atrofizza la capacità umana di astrarre, di immaginare qualcosa che viene descritto. Per questo mi piace il teatro spoglio, privo di scenografia o con una scenografia ridotta all’estrema essenzialità. Preferisco l’evocazione perché essa diventa uno dei canali su cui si veicola l’emozione che gli attori in scena producono attraverso il sentimento (che appunto precede la battuta). Se posso immaginare le schiere degli eserciti, se posso immaginare i palazzi in cui avviene l’azione, la stessa battuta trasmessa dall’attrice o dall’attore con la sua mimica espressiva, con la sua intensità vera mi toccherà le corde dell’anima.

In teatro non si può essere falsi perché la vita è vera e… il teatro è vita.

Quel magico momento…

All’inizio di uno spettacolo teatrale c’è un momento magico che dura un’eternità: quello che precede l’apertura del sipario.

Ci sono teatri che per varie ragioni, da quelle tecniche a quelle economiche, non hanno le tende o il telone ed è un peccato, perché l’emozione di sentire il pubblico oltre quella “parete”, la famosa quarta parete, è intensa, si percepisce la sensazione di attesa, si amplifica la tensione, i muscoli si irrigidiscono e per quanto si mettano in pratica le tecniche di Stanislawsky per scioglierli, per quanto si facciano esercizi di respirazione o si ricorra ad altri rimedi, quell’emozione preliminare è inevitabile, quello stato d’animo è profondo, quell’ansia avvolge e pervade.

In fondo è salutare: se controllata, se gestita, se si impedisce che prenda il controllo sull’attore, quella tensione è come la corda di un arco che viene tirata prima di scoccare il lancio della freccia che sarà tanto più potente quanto maggiore sarà stata la forza applicata.

Fare centro è un’altra storia, dipende da diversi fattori: molti endogeni, alcuni esogeni. Sono endogeni quelli che comprendono l’intesa fra gli attori, la cura della regia, la preparazione sia a lungo termine che quella immediata, la concentrazione, lo stato d’animo. Sono invece esogeni quei fattori che dipendono dal clima in città, dalla programmazione del teatro, dalla preparazione del pubblico, dalla campagna di stampa e quella promozionale, tutte cose su cui l’attore, il cast, il regista non possono intervenire se non marginalmente.

Quando si spengono le luci, suona la campanella, la voce avvisa “chi è di scena“, si raggiunge il culmine di quella tensione e il rumore delle tende o del sipario che si muovono produce una scarica di adrenalina che nessuna emozione può eguagliare e nessuna parola può descrivere compiutamente.

Quel momento magico è unico e irripetibile e nella giornata mondiale del teatro, vale la pena ricordarlo poiché la sua breve durata passa perlopiù inosservata e invece è vitale.

Perché il teatro è vita!

Quel momento

La musica sfuma, il buio avvolge tutto, avvolge i pensieri, avvolge le cose, avvolge l’emozione che diventa via via più grande, più intensa, più forte… e con il buio cresce il silenzio, un silenzio che eleva lo spirito… tutto, ogni cosa diventa “altro”, ogni cosa diventa una realtà parallela, superiore…

Il pubblico è lì… lo sento, ne sento il respiro, dietro la quinta ne avverto l’attesa, la tensione rotta da qualche immancabile colpetto di tosse repressa…

I pensieri… i timori… le prove… le idee… è tutto lontano, tutto altrove…
Fra poco sarà luce, sarà interpretazione, sarà condivisione, sarà gioia, sarà dolore e intensità, leggerezza e profondità… sarà tutto, sarà niente…

Quando entro in scena? Il sipario è alzato, il buio è tutt’uno col silenzio… non lo so quando entrerò, ma entrerò… il momento sarà quello giusto, non calcolato, non studiato ma sentito.
Quel momento magico che precede l’entrata in scena, un momento eterno, che dura una vita intera ogni volta… quel momento che assapori con un’intensità quasi mistica, la stessa visione che per Dostoevskij precede l’attacco epilettico, il momento della percezione della presenza di Dio…

Poi i pensieri spariscono… il vuoto lascia il passo all’interpretazione… ed è emozione… ed è l’epilessia dello spettacolo, il brivido della vita che prende forma dall’oscurità del boccascena…

Perché il teatro è vita!