Succede che durante le prove di uno spettacolo a volte mi capiti di non accorgermi che “tocca a me”.
Le battute le so benissimo, dopo un duro lavoro di memorizzazione sono “automatiche” ma capita che gli attori con cui recito siano così bravi che cominci a seguirli quasi ipnotizzato dalla loro capacità di interpretazione e improvvisamente da attore anch’io quale sono, mi trasformi in spettatore. Uno spettatore privilegiato intendiamoci, perché seguo la narrazione sul palcoscenico, perché sono nel mezzo dell’azione in cui succede quel qualcosa che il pubblico (quello vero) paga per vedere.
Dunque passano alcune frazioni di secondo di sbigottimento in cui aspetto che qualcuno dica qualcosa o qualcosa succeda. Niente. Silenzio imbarazzato. A quel punto mi ricordo che devo dire la mia battuta, da controscena passo a “di scena”… e talvolta la memoria non aiuta perché l’attenzione fino a poco prima era altrove.
Per fortuna la sindrome dello “spettatore in scena” capita poche volte, anche perché una volta conosciuto il fenomeno lo si previene alzando l’asticella dell’attenzione, ma bisogna stare attenti perché cascarci è un attimo e allora sono guai: si spezza il ritmo, si rallenta l’azione, si crea imbarazzo e irritazione, tutte cose che non fanno bene al cast, alla narrazione e alla fruizione della storia.
È un fenomeno che parte da un fatto positivo (la bravura degli attori in azione) che però si trasforma in un guaio se non si sta attenti. L’unico vero rimedio è tenere alta la concentrazione.
Come in tutte le cose del resto.


