“Pensare al teatro è non pensare al testo. Il testo basta a sé stesso.”
Questa considerazione di Giovanni Moleri, uno dei miei maestri di regia teatrale, apparentemente disorienta, scombina le carte, capovolge certezze granitiche.
Eppure.
Eppure impone delle riflessioni, anzitutto che tutta la vita è un testo, una narrazione, posso immaginare storie dalle vite di chi mi circonda, da chi incontro per strada. Il teatro è dunque costruire un artificio, una finzione che ferma ciò che vedo costruendo una narrazione.
Allora il testo diventa il mondo, e il mondo è spazio. Dunque prima che al testo, pensare al teatro è pensare allo spazio, uno spazio in cui innescare il movimento prodotto dal testo. Infatti, sempre secondo Moleri, la messa in scena è la rilettura di un testo collocato in uno spazio fisico. Allora non bisogna pensare allo spettacolo partendo dal testo ma dallo spazio, dalle sue caratteristiche: spazio geometrico il luogo con la sua forma ove si esprime la narrazione, forza espressiva dei corpi che generano un lavoro, che costruiscono un atteggiamento legato alla caratterizzazione, elemento su cui si lavora (il tempo, il colore, il suono…).
Tutti questi elementi rappresentano la poesia dello spettacolo, il ritmo, la melodia. È dunque inevitabile che il lavoro del regista è un lavoro sul pubblico, sullo spettatore e l’attore è il tramite perché questo lavoro si compia secondo la visione del regista. Il lavoro è psicofisico, un lavoro che passa dalle emozioni alle sensazioni corporee. Il regista dovrebbe poter vedere gli spettatori prima e dopo lo spettacolo per coglierne i cambiamenti e comprendere se è riuscito nel suo intento.
Quando andò in scena “La valigia”, il mio primo testo teatrale, sebbene non fossi io il regista volli stare fra il pubblico, volevo sentire le reazioni fisiche degli spettatori, volevo sentire lo “strapp” dei pacchetti di fazzolettini che venivano aperti per asciugare le lacrime, volevo sentire i commenti di approvazione o disapprovazione, volevo sentir ridere, piangere, volevo condividere le emozioni.
Brava fu la regista, Anna Bonasso, a dirigere gli attori verso questo scopo, bravi gli attori ad assecondare questo disegno e io, in mezzo al pubblico, colsi non senza commozione, questo lavoro fatto sugli spettatori che, nei giorni seguenti in vario modo mi confermarono le riflessioni e le emozioni indotte da quanto avevano visto.
Pensare al teatro dunque è pensare a tante cose prima che al testo, che va comunque affrontato, interpretato e gestito ma come un mezzo e non come un fine.
Perché il teatro è vita!

