Il bisogno di verità

“Benvenuti a teatrodove tutto è finto ma niente è falso
Questa frase di Gigi Proietti è la vera ragione per cui le persone continuano ad andare a teatro, per cui il teatro non morirà mai.

Ma cosa c’è dietro questo aforisma? E perché dovrebbe giustificare la presenza del pubblico in platea, nelle gallerie e nei loggioni? Perché il teatro è l’unico (o uno dei pochi ancora rimasti) luogo in cui, per usare una frase di Valerio Binasco, il sentimento e la parola si tengono per mano.

L’attore in scena deve essere credibile, ma per esserlo ha bisogno di provare un sentimento che, come diceva Louis Jouvet, precede la battuta.

Certo, la scena è finzione, l’interpretazione è finzione: io se interpreto Amleto non sono Amleto e la scenografia intorno a me (quando c’è) non è la reale ambientazione in cui avvengono i fatti, ed è quindi vero che in teatro tutto è finto, ma appunto finto non falso, perché se fosse così l’attore non sarebbe credibile, non sarebbe vero come appunto contestava Stanislawsky nel suo “Il lavoro dell’attore”, perché il falso in scena non è l’atteggiamento meschino di Jago nell'”Otello”, ma è l’espressione di un sentimento che non si prova.

Quando l’attore non prova un sentimento che manifesta in scena, il pubblico lo avverte, se ne rende conto perché manca quel momento di condivisione emotiva con lo spettatore, che alla fine gli fa dire nella migliore delle ipotesi “…hmmm sì sì, bravo ma non mi ha convinto.”

Sentimento e parola sono indissolubili sul palcoscenico perché in teatro non si rappresentano cose, facce o scenografie ma emozioni, stati d’animo, paure, gioie, amori, odio, sgomento, felicità… e quelle non si fingono, si possono solo sentire e vivere per condividerle col pubblico. Semmai le cose, le scenografie, i corpi, le facce (anche le maschere) sono tutti strumenti al servizio della narrazione che avviene attraverso il sentimento e la sua trasmissione.

Quando sentimento e intenzione si sono lasciati la mano? Secondo Valerio Binasco, “quando si premette il bottone che sganciò la bomba atomica su Hiroshima azzerando la voglia dell’umanità di fare festa”. Probabilmente è così, anche se non sono del tutto d’accordo. Penso che la fine dell’abbraccio fra parola e sentimento sia avvenuto progressivamente, mentre l’immagine prendeva a poco a poco il ruolo della verità e la parola ne diventava la cornice, al punto che oggi la tecnologia riesce a produrre le cosiddette “fake news” con tale verosimiglianza che è davvero difficile capire dove stia la verità.

In “Homo Videns” Giovanni Sartori affermava che l’eccesso di immagini atrofizza la capacità umana di astrarre, di immaginare qualcosa che viene descritto. Per questo mi piace il teatro spoglio, privo di scenografia o con una scenografia ridotta all’estrema essenzialità. Preferisco l’evocazione perché essa diventa uno dei canali su cui si veicola l’emozione che gli attori in scena producono attraverso il sentimento (che appunto precede la battuta). Se posso immaginare le schiere degli eserciti, se posso immaginare i palazzi in cui avviene l’azione, la stessa battuta trasmessa dall’attrice o dall’attore con la sua mimica espressiva, con la sua intensità vera mi toccherà le corde dell’anima.

In teatro non si può essere falsi perché la vita è vera e… il teatro è vita.