Quando il copione salta: l’arte di improvvisare senza tradire la scena

Immagine di attori in scena che hanno un vuoto di memoria

La scena è pronta, gli attori sono in posizione, le battute scorrono fluide. Poi, all’improvviso, qualcosa si rompe: una battuta mangiata, un errore, un vuoto. È il momento che ogni attore teme e che, prima o poi, capita a tutti.

Anche a me è successo. Un collega saltò un passaggio, togliendomi l’“abbrivio” necessario per le mie battute successive. Per un istante il panico mi bloccò. Poi improvvisai, cercando di chiudere il vuoto e permettere all’attrice successiva di ritrovare il filo. Quel momento, che sulla carta avrebbe potuto rovinare la scena, diventò invece un’occasione di verità.

Improvvisare non significa inventare a caso.
Al contrario, è la capacità di restare dentro la situazione scenica e trovare una via per mantenerla viva. È un’arte che si affina solo con l’esperienza, fatta di ascolto, prontezza e fiducia nei compagni.

La tradizione teatrale lo insegna.
Dai comici dell’arte, che trasformavano imprevisti in gag memorabili, fino al teatro di registi come Peter Brook, dove l’improvvisazione era parte del processo creativo, la storia ci ricorda che un attore deve saper danzare anche con l’errore.

Il pubblico percepisce la verità.
Quando una scena “salta”, lo spettatore avverte che sta accadendo qualcosa di irripetibile. L’attore che non si lascia schiacciare dall’imprevisto ma lo trasforma in azione, conquista il pubblico. Perché non sta più “recitando”, sta vivendo.

Ecco il segreto: non temere l’errore, ma accoglierlo. L’improvvisazione diventa così non una toppa, ma un nuovo tessuto. Il copione resta la guida, ma è l’attore a dare vita a ciò che, a volte, non era scritto.

Ed è anche per questo che il teatro è un’arte che non esiste: ogni rappresentazione è diversa dall’altra, e l’improvvisazione resta sempre irripetibile..

L’arte segreta della semplicità

Mi piace ricordare che una voce ha dei ritmi interni che ne creano il dinamismo,
ma occorre essere abili a nascondere la tecnica che serve per arrivare a certi risultati. Niente è naturale. Per quel che mi riguarda, dietro l’evidente calore con cui lanci una battuta ci deve essere un freddo controllo delle intenzioni.

— Umberto Orsini, “Sold Out”

C’è un momento preciso in cui lo spettatore smette di guardare un attoree inizia a credere a un personaggio. È un istante sottile, impercettibile, in cui il gesto, il tono, la battuta sembrano nascere lì, sul momento, come parte inevitabile di un presente che non può essere che quello.

Ecco la forza dell’apparente semplicità. Ma come spesso accade, ciò che sembra naturale è in realtà il frutto di un lavoro preciso, paziente, segreto. Niente, davvero, è naturale.
Lo sa bene chi recita ogni sera con lo stesso testo e cerca — ogni sera — un modo diverso per renderlo vivo.
Ogni parola detta sul palco è il risultato di una scelta.
Ogni pausa è un’intenzione.
Ogni inflessione è un rischio calcolato.

Umberto Orsini lo dice con disarmante onestà: il calore di una battuta deve appoggiarsi su un freddo controllo.
È lì che nasce il mestiere. Non nel talento puro, non nell’ispirazione improvvisa, ma in quell’equilibrio fragile tra emozione e tecnica. Tra il lasciarsi andare e il sapere esattamente dove si sta andando.

È questa l’arte più difficile: nascondere la costruzione, far sembrare spontaneo ciò che è stato ripetuto, analizzato, scolpito. Essere veri senza essere veri.
E riuscirci ogni sera, davanti a un pubblico diverso, con un’energia diversa.

Chi ama il teatro riconosce questa magia e forse non se la spiega ma la sente.
Perché quando qualcosa è fatto bene, profondamente bene, non si nota.
Si vive.

E allora l’attore che ha lavorato sulla voce, sul corpo, sul pensiero e sul respiro… può finalmente smettere di recitare.
E semplicemente… accadere.

Perché il teatro è vita.

Il formAttore

L’attore, spesso visto semplicemente come un intermediario tra un copione e il pubblico, riveste in realtà un ruolo molto più complesso e significativo: quello di educatore e formatore dello spettatore. Attraverso le sue performance, l’attore ha la capacità di influenzare le emozioni, le idee e le percezioni del pubblico, trasformando una mera esperienza di intrattenimento in un’opportunità di riflessione e crescita.

In primo luogo, l’attore è un narratore che dà vita a storie e personaggi, permettendo agli spettatori di esplorare esperienze diverse dalle proprie. Questa immersione in mondi alternativi non solo intrattiene, ma offre anche una nuova prospettiva sulla realtà. Ad esempio, interpretando personaggi in situazioni di conflitto, l’attore può stimolare la comprensione delle dinamiche sociali e culturali, educando il pubblico su questioni di giustizia, amore e identità, a tal proposito si pensi a teatro di Dario Fo, Eduardo De Filippo, Gabriele Vacis, Peter Brook e nel cinema a Jean-Luc Godard, Alain Resnais, Ferzan Ozpetek, Woody Allen, Krzysztof  Kieslowski, Florian Henckel von Donnersmarck e tanti altri ancora.

Inoltre, il linguaggio del corpo e l’espressività dell’attore hanno un forte impatto emotivo. La capacità di trasmettere sentimenti autentici permette allo spettatore di instaurare una connessione profonda con il personaggio, suscitando empatia e consentendo una riflessione critica sulla propria vita e sulle proprie esperienze. Attraverso questa connessione, l’attore educa il pubblico a riconoscere e comprendere le proprie emozioni, creando uno spazio di introspezione (pensiamo ad esempio Anna Marchesini, Gigi Proietti, Paolo Nani, Jerry Lewis).

La funzione formativa dell’attore si manifesta anche nella scelta dei ruoli e delle opere da rappresentare. Attori impegnati in progetti che affrontano temi sociali o politici svolgono un ruolo fondamentale nel promuovere una maggiore consapevolezza e sensibilità nel pubblico   (ad esempio Gian Maria Volonté, Dario Fo, Alessandro Bergonzoni); essi diventano portavoce di messaggi importanti, contribuendo a immaginare un mondo migliore e a stimolare il dibattito su questioni rilevanti sia attraverso il dramma che la comicità.

Inoltre, l’attore può fungere da modello di comportamento. Attraverso le sue interpretazioni, può ispirare gli spettatori a riflettere su valori come l’integrità, la resilienza e l’empatia. In questo modo, il palcoscenico o il grande schermo, diviene un laboratorio di vita, dove le esperienze rappresentate possono insegnare al pubblico lezioni preziose applicabili nella vita quotidiana (si pensi ad esempio ai personaggi di Paolo Villaggio o a Marcello Mastroianni).

Infine, l’interazione tra attore e spettatore arricchisce ulteriormente il processo formativo. Ogni performance è unica e suscita diverse reazioni in base alle esperienze personali di chi guarda. Questo scambio rende l’arte scenica un mezzo di dialogo, capace di attivare conversazioni significative e progetti di crescita collettiva (penso a Vittorio Gassman, Arnoldo Foà, Elio Germano).

 Il ruolo dell’attore trascende il semplice atto di recitare (a tal proposito Dario Fo disse che “Recitare fa sì che la voce e il gesto diventino quasi anonimi“). Quale mediatore di esperienze, emozioni e idee, l’attore si configura come un formatore dello spettatore, che ha il potere di arricchire la società, stimolando una maggiore consapevolezza e comprensione. Attraverso l’arte, l’attore non solo intrattiene, ma educa, ispira e stimola un cambiamento positivo.

Perché il teatro è vita.

La sindrome dello spettatore in scena

Succede che durante le prove di uno spettacolo a volte mi capiti di non accorgermi che “tocca a me”.

Le battute le so benissimo, dopo un duro lavoro di memorizzazione sono “automatiche” ma capita che gli attori con cui recito siano così bravi che cominci a seguirli quasi ipnotizzato dalla loro capacità di interpretazione e improvvisamente da attore anch’io quale sono, mi trasformi in spettatore. Uno spettatore privilegiato intendiamoci, perché seguo la narrazione sul palcoscenico, perché sono nel mezzo dell’azione in cui succede quel qualcosa che il pubblico (quello vero) paga per vedere.

Dunque passano alcune frazioni di secondo di sbigottimento in cui aspetto che qualcuno dica qualcosa o qualcosa succeda. Niente. Silenzio imbarazzato. A quel punto mi ricordo che devo dire la mia battuta, da controscena passo a “di scena”… e talvolta la memoria non aiuta perché l’attenzione fino a poco prima era altrove.

Per fortuna la sindrome dello “spettatore in scena” capita poche volte, anche perché una volta conosciuto il fenomeno lo si previene alzando l’asticella dell’attenzione, ma bisogna stare attenti perché cascarci è un attimo e allora sono guai: si spezza il ritmo, si rallenta l’azione, si crea imbarazzo e irritazione, tutte cose che non fanno bene al cast, alla narrazione e alla fruizione della storia.

È un fenomeno che parte da un fatto positivo (la bravura degli attori in azione) che però si trasforma in un guaio se non si sta attenti. L’unico vero rimedio è tenere alta la concentrazione.
Come in tutte le cose del resto.

Il potere dell’astrazione

Lucrezia interpretata da Patrizia Pozzi - Locandina della serata al conservatorio di Torino il 1/4/2023

Quando un attore è bravo? Quando un attore da artigiano diventa artista? Quando possiamo dire di aver apprezzato un’interpretazione davvero ben fatta? Ci sono molte risposte a queste domande, tutte lecite e legittime, poiché tanti sono gli elementi che concorrono a determinare la bravura di un interprete, ma io ne prediligo una: quando ci fa vedere e sentire ciò che non si vede e non si sente, quando cioè induce lo spettatore ad astrarre.

Ieri sera ho assistito ad una magnifica interpretazione: “Lucrezia” per la regia di Ivana Ferri e l’interpretazione di Patrizia Pozzi ed è stata emozione pura. Anche il giorno dopo, a mente fredda, quelle emozioni hanno lasciato il segno, sono sedimentate e continuano a farlo.

Si tratta di un monologo autobiografico di Lucrezia Borgia basato sulle ricerche storiche della professoressa Diane Yvonne Ghirardo dell’University of Southern California di Los Angeles e interpretato da Patrizia Pozzi. Una narrazione ricca di emozioni: gioia, tenerezza, dolcezza, rabbia, violenza, morte e dolore. In poco più di un’ora si viene immersi in un tempo, la fine del XV° secolo fatto di intrighi, cospirazioni, guerre, delitti e misfatti vari attraverso cui emerge la figura di Lucrezia non più con le tinte fosche della malvagità delle nefandezze commesse dai suoi familiari (come buona parte della letteratura e della storiografia ha fatto) ma con l’immagine pulita e sofferta di una donna di quel tempo che doveva affrontare e gestire un mondo patriarcale che su di lei aveva un peso ancora maggiore (essendo figlia di papa Alessandro VI). Al di là delle verità storiche, l’abile regia di Ivana Ferri ha offerto un tocco di dolcezza e tenerezza che nulla hanno tolto allo spirito cruento delle vicende narrate restituendo una figura umana, quella di Lucrezia Borgia, fatta di sentimenti e di intimi travagli.

L’interpretazione di Patrizia Pozzi è stata intensa, credibile e profonda. Ci ha fatto abitare le stanze dei castelli ferraresi, ci ha fatto vedere, apprezzare e disprezzare uomini e donne che parevano essere lì in carne e ossa, ci ha fatto soffrire amare e gioire con i sentimenti di Lucrezia e vivere le sue emozioni condividendole con noi, ha cioè fatto quello che una vera artista della scena sa fare, ci ha fatto emozionare, ci ha fatto astrarre, ci ha commossi, ci ha coinvolti, ci ha preso per mano e portato nel mondo di una donna così distante da noi da renderla tanto attuale e presente. Cosa si può chiedere di più ad un’attrice?

L’artigiano è un abile esecutore, capace e attento, l’artista è una fonte di emozioni.

Ieri sera Patrizia Pozzi ci ha emozionato.

Perché il teatro è vita.

Dico Bene?

Per un attore la dizione è fondamentale. Non si può immaginare di calcare le scene, leggere un testo, una poesia senza conoscerla, senza averla studiata.

La dizione è importante nell’interpretazione, nel canto e in ogni azione che porti le persone a parlare in pubblico ma non solo, la dizione è conoscenza della voce, degli elementi che contraddistinguono la parola e non è cosa da poco, perché conoscere gli elementi che caratterizzano la voce, il porgere la parola, in sintesi “prosodia”, significa anche esprimersi con maggiore efficacia nella vita. Per questo la dizione dovrebbe essere insegnata a scuola, magari nelle nozioni base, ma è una materia che contribuisce, e non poco, alla formazione della persona poiché conferisce il controllo dell’espressione del proprio pensiero, di fatto è un importante completamento della conoscenza della propria lingua e, perché no, un avvicinamento consapevole al teatro (altra materia che dovrebbe rientrare nei programmi didattici per il suo valore educativo e culturale).

Ci sono molti corsi in rete, personalmente prediligo quelli in presenza poiché la vicinanza fisica del docente aiuta l’allievo a correggere più efficacemente problemi di postura, di impostazione, se poi questioni di tempo o logistiche non lo consentono si può ricorrere a libri e corsi online ma avendo cura di tanto in tanto di prendere qualche lezione in presenza per correggere quegli aspetti fisici che solo il contatto di persona può aiutare a correggere.

Il libro che ho riportato nella foto che accompagna il post è uno dei primi e più conosciuti sul tema, scritto da Oskar Schindlrer e Iginio Bonazzi (che fu il mio maestro di dizione nel 1983), ma ci sono anche altre pubblicazioni più recenti alcune dotate anche di cd allegato per ascoltare gli esempi. Insomma, non c’è che l’imbarazzo della scelta.

Se poi si fa teatro a qualsiasi livello, dilettantistico, amatoriale o professionistico, non si può fare a meno di conoscere bene gli elementi espressivi della voce e la corretta gestione della parola. Uno dei primi effetti di un buon corso di dizione, seguito con scrupolo, è la perdita della cadenza dialettale, e se si possiede un buon orecchio si possono acquisire alla bisogna quelle di diversi dialetti, nel mio percorso ho imparato a gestirne alcune (torinese, siciliano, pugliese, romano, toscano, napoletano, sardo, veneto, ligure, lombardo) magari non troppo specifiche di determinate aree per mancanza di conoscenza delle persone, dei luoghi e delle culture ma tali da mettermi nelle condizioni di poter interpretare parti con cadenze necessarie alla caratterizzazione di determinati personaggi.

In conclusione, la dizione è uno strumento importante nella vita di tutti perché consente di conoscere meglio sé stessi attraverso il controllo di quello che si dice come lo si dice. Se poi si va in scena allora è fondamentale.

Perché il teatro è vita.

Quel magico momento…

All’inizio di uno spettacolo teatrale c’è un momento magico che dura un’eternità: quello che precede l’apertura del sipario.

Ci sono teatri che per varie ragioni, da quelle tecniche a quelle economiche, non hanno le tende o il telone ed è un peccato, perché l’emozione di sentire il pubblico oltre quella “parete”, la famosa quarta parete, è intensa, si percepisce la sensazione di attesa, si amplifica la tensione, i muscoli si irrigidiscono e per quanto si mettano in pratica le tecniche di Stanislawsky per scioglierli, per quanto si facciano esercizi di respirazione o si ricorra ad altri rimedi, quell’emozione preliminare è inevitabile, quello stato d’animo è profondo, quell’ansia avvolge e pervade.

In fondo è salutare: se controllata, se gestita, se si impedisce che prenda il controllo sull’attore, quella tensione è come la corda di un arco che viene tirata prima di scoccare il lancio della freccia che sarà tanto più potente quanto maggiore sarà stata la forza applicata.

Fare centro è un’altra storia, dipende da diversi fattori: molti endogeni, alcuni esogeni. Sono endogeni quelli che comprendono l’intesa fra gli attori, la cura della regia, la preparazione sia a lungo termine che quella immediata, la concentrazione, lo stato d’animo. Sono invece esogeni quei fattori che dipendono dal clima in città, dalla programmazione del teatro, dalla preparazione del pubblico, dalla campagna di stampa e quella promozionale, tutte cose su cui l’attore, il cast, il regista non possono intervenire se non marginalmente.

Quando si spengono le luci, suona la campanella, la voce avvisa “chi è di scena“, si raggiunge il culmine di quella tensione e il rumore delle tende o del sipario che si muovono produce una scarica di adrenalina che nessuna emozione può eguagliare e nessuna parola può descrivere compiutamente.

Quel momento magico è unico e irripetibile e nella giornata mondiale del teatro, vale la pena ricordarlo poiché la sua breve durata passa perlopiù inosservata e invece è vitale.

Perché il teatro è vita!

Livelli narrativi

Uno dei miei maestri di regia, Giancarlo Fares, durante una lezione disse che i più grandi autori teatrali scrivono opere con più livelli narrativi, in Shakespeare ad esempio si arrivava anche fino a cinque o sei livelli.

Storie che si sovrappongono, narrazioni che si intrecciano ma che “vivrebbero di vita propria” anche se estrapolate dalla trama principale dell’opera teatrale, i livelli narrativi sono un po’ come il contrappunto nella musica, in cui in sostanza ci sono diverse melodie che si sovrappongono e che stanno bene insieme ma ciascuna delle quali potrebbe essere ascoltata separatamente ed essere completa, non come supporto di un’altra melodia.

È difficile intrecciare le diverse storie, è un esercizio complesso il cui rischio consiste nel creare un testo disordinato, fuorviante, dove lo spettatore non sa più bene cosa seguire se la scrittura non è stata condotta con attenzione, tenendo bene a mente il percorso narrativo primario. Ho cercato di concretizzare questo concetto nell’audioracconto “La rivelazione” insieme a Vita Respina (con cui l’ho interpretato) ove si sovrappongono almeno tre livelli narrativi (l’incontro fra i personaggi, Roma durante il fascismo e una storia d’amore) i cui contorni sono sfumati ma che potrebbero essere storie a sé stanti.

Quando scrivo i miei testi, senza pretese lo so, li “vedo” rappresentati in scena e li immagino da spettatore, non so cosa scriverò qualche riga dopo: so dove sono ma non dove sarò. Questo aiuta e m’immedesimo nei personaggi indagando nelle loro storie.
Per questo nella direzione di uno spettacolo o un audioracconto ho iniziato a lavorare preparando dei profili dei personaggi che illustrano agli attori ogni aspetto della loro esistenza fino alle due generazioni precedenti. Non mi limito solo alla storia personale di ciascun personaggio, ma anche la sua spiritualità, le sue idee politiche, la sua psicologia, le sue aspirazioni, il suo lavoro, le sue fobie e i rapporti con colleghi, amici e parenti.

Agli attori consegno queste pagine in cui ciascuno deve studiare il suo personaggio e conoscere i profili degli altri, prima ancora di studiare il testo, prima ancora della lettura analitica collettiva. In questo modo diventa più facile per gli attori farsi “attraversare” dai personaggi che devono interpretare. Sarà poi la loro creatività a conferire i tratti di credibilità, del “vero”, nell’affrontare le circostanze date trasmettendo le giuste emozioni al pubblico.

Succede però che nel costruire questi profili così approfonditi nascano intrecci che possono dare vita ad altre storie, a narrazioni parallele. Ne “Il perdono“, il terzo audioracconto della trilogia “El proceso” all’attrice Patrizia Battaglia, che aveva una ventina di battute nel testo (che dura poco più di dieci minuti), consegnai ben tre pagine di testo fitto con i profili del suo personaggio, della figlia, del fratello, del marito, dei genitori e dei nonni, aveva più cose da sapere su ciò che c’era fuori dalla scena che su quello che doveva interpretare. Da brava attrice non ebbe difficoltà a calare dentro di sé il personaggio di Florencia Martinez e “diventare” lei mantenendo la propria personalità conferendole dramma e credibilità. Questo avvenne perché nella sua interpretazione si avvertivano i diversi livelli narrativi che erano all’origine delle circostanze date in cui stava recitando.

Sebbene sia un percorso su cui ho ancora molto da imparare, vedo che è efficace per aiutare gli attori a dare il meglio di sé in scena e abbreviare i tempi di comprensione del personaggio. Sta succedendo anche con “Una volta ti vengo a trovare” (il dramma che portiamo in scena con Angelo Cauda, Marzia Trasanna e Marco Mauro appena la pandemia lo permetterà) rendendo tutto più armonico, tutto più “vero”, perché la vita, quella fuori dalle scene (vera non è l’aggettivo giusto perché è vera anche la vita sul palcoscenico) è un intreccio continuo e una sovrapposizione costante di più livelli narrativi.

Siamo il frutto di tante storie: la nostra esistenza, come potrebbe non esserlo anche il teatro che per Silvio D’Amico è la poesia della vita?

La canaglia terapeutica

Una considerazione di Paolo Nani che più o meno recita così “uno degli effetti terapeutici del fare teatro è che se il personaggio è un bastardo, l’attore deve tirare fuori il bastardo che c’è in lui anche se nella vita quotidiana non può farlo, allarga cioè con colori nuovi la propria tavolozza” mi ha indotto ad alcune riflessioni.

Nella vita quotidiana non possiamo essere canaglie o persone spregevoli (per fortuna aggiungerei) in scena sì. Anzi, siamo chiamati ad esserlo, dobbiamo diventare quella cosa lì anche se non ci piace, anche se non ci confà, ovviamente vale anche il discorso opposto. Il lavoro dell’attore su sé stesso passa anche per questa prova, andando a cercare quella parte di sé che probabilmente detesta, che tiene nascosta e che ha finalmente libero sfogo in scena, è un modo di conoscersi e testare i propri limiti senza correre rischi.

Quest’azione sulla propria psiche e sulla propria anima comporta uno sforzo e lo sforzo è ciò che dà valore a quel che si fa, anche quando si fa l’amore c’è uno sforzo, un lavoro, un logorio fisico ma anche psicologico che è meraviglioso e nel teatro avviene una cosa simile, la soddisfazione del successo sta proprio nell’appagamento generato dall’applauso del pubblico, un applauso che premia quello sforzo, quella fatica gioiosa. Vittorio Gassman nella sua autobiografia parlava dell’applauso come momento orgasmico col pubblico e penso che si riferisse proprio a questo.

Come in tutte le azioni delicate e impegnative però ci sono dei rischi, uno dei più insidiosi è quello di giudicare il personaggio e di farsi condizionare da questo giudizio. Se devo interpretare un personaggio viscido e spregevole (come mi è capitato di dover fare in “Tre” di Gian Carlo Fantò) devo stare attento a quello che quel personaggio suscita in me vedendolo dall’esterno poiché non finisca per condizionarmi l’interpretazione attraverso il disprezzo che nutro per lui, un disprezzo che devo sforzarmi di non provare.

Questo aspetto assume un altro ruolo terapeutico del teatro: vivere il personaggio dall’interno, non giustificandolo (che sarebbe un altro modo di giudicarlo) ma comprendendolo, immaginando il percorso di vita di chi si sta interpretando per giungere al punto in cui si comporta come prevede la trama. Si tratta dunque di immedesimarsi in qualcun altro sviluppando empatia e sensibilità, attenzione e soprattutto presenza.

Quando si è compreso il personaggio, quando vi si è calati dentro senza ipocrisie né giudizi, ce ne si appropria e allora si raggiunge la credibilità e di conseguenza diventa più agevole raggiungere la presenza scenica, la capacità cioè di riuscire a suscitare emozioni nel pubblico entrando in relazione con la scena e con gli spettatori.

Per questo la regia deve porre particolare attenzione nel creare i profili dei personaggi, la loro storia, il loro percorso di vita spirituale e psicologico attraverso l’uso di approfondite back history list che favoriscano la comprensione dei personaggi e dei contesti da parte degli attori.

Il teatro è terapeutico per tante persone, forse non per tutte, ma è sicuramente un’avventura straordinaria all’interno di noi stessi, perché il teatro è vita!

La somma che fa l’attore

«I personaggi che noi attori interpretiamo non ci abbandonano mai, c’è sempre qualcosa che ci resta. Siamo la somma delle schegge di personaggi che ci son rimasti dentro e che in qualche modo hanno contribuito alla crescita artistica

Queste parole di Mariano Rigillo richiamano l’essenza del mestiere dell’attore, che sia professionista o amatoriale chi sale sul palco interpretando un personaggio ne viene contaminato, anzitutto dal punto di vista artistico, ma soprattutto da quello umano.

È una contaminazione inevitabile, profonda, necessaria, dovuta al fatto che l’attore ha un solo divieto nei confronti del personaggio: non lo può giudicare. Se lo facesse la sua interpretazione ne sarebbe “ferita”, ne sarebbe distorta, ne orienterebbe il comportamento: un privilegio concesso solo allo spettatore, a colui per il quale l’opera è stata pensata, scritta e rappresentata.

Dunque l’interprete, col passare del tempo acquisisce una personalità ricca, varia, carica di significati e di sentimenti che spesso non sono nati con lui ma che in lui hanno albergato per tutto il tempo in cui egli ha recitato, vissuto e “offerto” i personaggi affidatigli. È un po’ come la fortuna di leggere tanti libri: non si vive solo la propria vita ma anche quelle di chi si legge e che lasciano parti di quelle narrazioni nel nostro vissuto.

Ci sono frasi, battute e pensieri che non mi tolgo più dalla testa poiché sono nel mio modo di pensare, o perché le ho lette o perché le ho interpretate, ci sono punti di vista che sono diventati parte di me poiché mi è toccata la gioia di dar vita a quei personaggi.

Anche questo dimostra, una volta di più, che il teatro è vita!