Ascoltare: che piacere!

Fin da bambino ero affascinato dai radiodrammi: mi piaceva immaginare ciò che ascoltavo e quelle storie talvolta diventavano parte dei miei giochi.

Sarà perché la televisione è arrivata diversi anni più tardi a casa nostra e quindi dovevo fare di necessità virtù, sarà perché alimentava la mia fantasia ma quella “palestra di ascolto” mi ha sviluppato l’interesse per la radio.

Quando nacquero le radio private mi avvicinai subito a quel mondo con interesse e voglia di fare e qualcosa nei primi anni ottanta combinai. Mi cimentai pure con la televisione senza però trovarvi quel brivido che la radio mi provocava. I corsi di dizione e recitazione con maestri del livello di Iginio Bonazzi ed Ernesto Cortese diedero forma e sostanza a questa passione. Due anni fa aprii il mio canale podcast almicrofono.it, che in questi giorni ha raggiunto i trentamila ascolti, vi si trovano interpretazioni mie e di amici attori di testi classici e testi nostri.

Ogni volta che propongo il canale ad amici e conoscenti incontro molto interesse e i ritorni in termini di apprezzamenti, critiche e consensi confermano che si tratta di una buona cosa.

Ma perché piacciono i radiodrammi (poiché in fondo la fruizione di un podcast è assimilabile a quelle di una radio senza però vincoli di orario)?

Da un lato perché è meno faticoso che leggere un libro: leggere comporta una concentrazione maggiore, si è costretti (piacevolmente direi) ad usare la vista senza potersi dedicare ad altro, dall’altro per la ragione che ho citato all’inizio e che muoveva il mio interesse da bambino: lo stimolo della fantasia.

Quando si ascolta una lettura interpretativa, se ben fatta ovviamente, siamo indotti ad astrarre (su questo concetto esiste un bellissimo libro di Giovanni Sartori: “Homo videns”), possiamo immaginare volti ed emozioni tanto attraverso la trama che la prosodia adottata da chi sta leggendo. A differenza del libro possiamo guardare un quadro, chiudere gli occhi, rilassarci o agitarci, muoverci al ritmo delle emozioni, per questo la lettura interpretativa stimola la fantasia dell’ascoltatore.

Molte persone che hanno assistito alle diverse edizioni de “L’ultimo giorno” hanno ammesso che ascoltare la nostra lettura gli faceva “vedere” ciò che succedeva, restavano incollati fino alla fine perché lo spettacolo lo avevano nella mente e lo traducevano in immagini che appartenevano solo a loro.

Per queste ragioni la lettura interpretativa, la narrazione (si pensi ad Ascanio Celestini o Marco Paolini) sono sempre accolte con piacere e con partecipazione dal pubblico, perché stimolano la nostra fantasia e ci rendono a nostro modo parte della creazione della storia che stiamo ascoltando.

In definitiva si tratta di un altro modo di mettere in pratica quanto diceva Umberto Eco: chi legge vive non solo la sua vita ma quelle di tutti i personaggi che ha incontrato nelle sue letture, o nei suoi ascolti aggiungo io.

Un altro processo che conferma, una volta di più, che il teatro è vita.

L’interpretazione asciutta

Il poema – questa esitazione prolungata tra il suono e il senso” scrisse Paul Valery, il grande poeta, scrittore e filosofo francese.

Ma cosa significano queste parole per un attore? Come possiamo interpretarle nella quotidiana azione e reazione che, sul palcoscenico o davanti ad un microfono, sono il mestiere di chi veicola emozioni?

La poesia è efficace quando il testo è comprensibile, quando cioè l’abilità interpretativa dell’attore non sovrasta il significato. In altre parole una poesia (o un testo) è ben recitata quando l’ascoltatore (o lo spettatore) riescono a cogliere il testo e ad interpretarlo secondo i propri codici interiori.

La declamazione enfatica, ricercata, ricca di salti di tono tende a diventare una musica e il fruitore si lascia travolgere da essa accantonando il testo come struttura accessoria e non più essenziale del componimento.

Valery dunque chiarisce con quella frase un concetto essenziale: l’interpretazione deve essere asciutta, priva di abbellimenti che snaturano il senso del testo o da esso distraggono l’ascoltatore.

Per fare un esempio di questo principio invito all’ascolto della poesia di Giacomo Leopardi «L’infinito» recitata da Vittorio Gassman (grande interpretazione molto ricca e ricercata sia pur delicata) e Elio Germano (interpretazione più intima, raccolta… asciutta)

Vittorio Gassman
Elio Germano

Entrambe le interpretazioni sono di altissimo livello (e come potrebbero non esserlo?), ed entrambe a modo loro aiutano l’ascoltatore a cogliere il testo ma nel, pur grandissimo, Gassman c’è un gioco, un’attenzione maggiore alla sonorità e alla forma che potrebbe distrarre, che porta ad un compiacimento estetico del tutto assente nella intensa e vissuta, quasi monotona, versione di Germano che a mio avviso più si avvicina e meglio rende il sentimento che Leopardi voleva trasmettere.

Non è una questione di gusti (personalmente ammiro Gassman e non sono certo all’altezza di criticarlo) ma di attenzione all’offerta del testo all’ascoltatore.

Questo dunque intendo con interpretazione “asciutta”, efficace, che riesce ad esprimere esattamente, secondo me, quello che voleva dire l’autore attraverso la visione di Valery.