«I personaggi che noi attori interpretiamo non ci abbandonano mai, c’è sempre qualcosa che ci resta. Siamo la somma delle schegge di personaggi che ci son rimasti dentro e che in qualche modo hanno contribuito alla crescita artistica.»
Queste parole di Mariano Rigillo richiamano l’essenza del mestiere dell’attore, che sia professionista o amatoriale chi sale sul palco interpretando un personaggio ne viene contaminato, anzitutto dal punto di vista artistico, ma soprattutto da quello umano.
È una contaminazione inevitabile, profonda, necessaria, dovuta al fatto che l’attore ha un solo divieto nei confronti del personaggio: non lo può giudicare. Se lo facesse la sua interpretazione ne sarebbe “ferita”, ne sarebbe distorta, ne orienterebbe il comportamento: un privilegio concesso solo allo spettatore, a colui per il quale l’opera è stata pensata, scritta e rappresentata.
Dunque l’interprete, col passare del tempo acquisisce una personalità ricca, varia, carica di significati e di sentimenti che spesso non sono nati con lui ma che in lui hanno albergato per tutto il tempo in cui egli ha recitato, vissuto e “offerto” i personaggi affidatigli. È un po’ come la fortuna di leggere tanti libri: non si vive solo la propria vita ma anche quelle di chi si legge e che lasciano parti di quelle narrazioni nel nostro vissuto.
Ci sono frasi, battute e pensieri che non mi tolgo più dalla testa poiché sono nel mio modo di pensare, o perché le ho lette o perché le ho interpretate, ci sono punti di vista che sono diventati parte di me poiché mi è toccata la gioia di dar vita a quei personaggi.
Anche questo dimostra, una volta di più, che il teatro è vita!

