Misoginia mitica

C’è un episodio della mitologia greca di cui si parla poco o affatto che riguarda Ifigenia.
Nella tragedia di Euripide la dea Artemide blocca i venti per impedire alla flotta greca di attaccare Troia. Agamennone, re degli Achei che è al comando della flotta, si rivolge all’indovino Calcante per chiedergli cosa fare per placare l’ira della dea; costui gli rivela che per ottenere il suo scopo dovrà sacrificare la sua amata figlia Ifigenia.

I soldati scalpitano, l’attesa è stressante, Agamennone perde consenso fra le truppe e si trova di fronte a un doloroso bivio: da un lato rinunciare allo scontro ma salvare la figlia, dall’altro sacrificare la figlia e salvare l’onore.

Infine decide per l’onore e per farsi raggiungere dalla moglie Clitemnestra e la figlia Ifigenia al porto di Aulide, dove staziona la flotta di Agamennone, costui manda l’araldo Odisseo a dire che ha promesso Ifigenia in sposa ad Achille.

Achille, scoperto l’imbroglio, si adira verso Agamennone non perché ha sacrificato la propria figlia per salvarsi l’onore, ma perché ha usato il suo nome in maniera subdola e arbitraria senza neanche avvertirlo, quindi per lesa maestà non per mancanza di coraggio e dignità. Dunque l’offesa era contro Achille e non contro la ragazza.

Questo passaggio sottile e subdolo rientra nell’atteggiamento di misoginia che la mitologia greca riserva alle donne. La gravità di questo aspetto sta nel fatto che era scontato che la donna fosse sacrificabile anche se non lo si diceva in maniera chiara, evidente.

Ancor prima Euripide in una battuta dell’Alcesti, la protagonista (la regina Alcesti appunto) accetta di morire al posto del marito Admeto re di Fere in Tessaglia ma prima di spirare augura al figlio di trovare una moglie devota e alla figlia un nobile principe, non augura la stessa cosa ad entrambi, per la figlia auspica un nobile principe, che poi le sia devoto (di amore neanche a parlarne) non è importante come per il figlio. Questo atteggiamento ne nasconde uno ancora più subdolo, l’interiorizzazione del patriarcato nella mentalità femminile: Alcesti non concepisce per la figlia un uomo devoto, perché nella società greca l’uomo comanda e la donna serve.

Forse il punto più inquietante non è soltanto che Agamennone possa sacrificare Ifigenia, o che Alcesti possa immaginare per il figlio una moglie devota e per la figlia un uomo nobile.
Il punto è che tutto questo, nel mondo del mito, non ha bisogno di troppe spiegazioni: appare naturale.

Ed è qui che la mitologia greca smette di essere lontana, perché ogni volta che una donna viene considerata sacrificabile, adattabile, paziente, silenziosa, “naturalmente” disponibile a reggere il peso degli altri, Alcesti è ancora tra noi, non come personaggio antico ma come abitudine mentale.

Misoginia nella mitologia greca: quando gli dei erano veri misogini

La mitologia greca è un caleidoscopio di storie affascinanti, eroi valorosi e… misoginia rampante. Sì, dietro quelle avventure epiche e i drammi divini, si nasconde un atteggiamento non proprio lusinghiero verso le donne. Prepariamoci a un viaggio nel tempo in cui il patriarcato aveva i muscoli di Ercole e le donne erano spesso vittime di trame divine degne di una tragedia di Eschilo.

Prendiamo per esempio la storia di Pandora, la prima donna, creata da Zeus non per amore della diversità, ma come punizione per l’umanità. Sì, avete capito bene: una donna come castigo divino. Pandòra, dotata di bellezza e astuzia, riceve un vaso – spesso erroneamente tradotto come “scatola” – contenente tutti i mali del mondo. Incuriosita (o meglio, vittima di una curiosità imposta da un copione patriarcale), Pandora apre il vaso, scatenando calamità su tutta l’umanità. Zeus dunque crea la donna per darle la responsabilità di tutti i mali del mondo!

E poi c’è la povera Medea, protagonista dell’omonima tragedia di Euripide. Medea non è solo un’eroina, è una maga potente, ma cosa ci mostra la storia? Una donna tradita e abbandonata da Giasone dopo aver sacrificato tutto per lui, compresa la sua famiglia. La vendetta di Medea è atroce, ma Euripide ci offre un ritratto brutale di una donna spinta alla disperazione da un uomo ingrato. E mentre il pubblico greco rabbrividiva davanti a questa rappresentazione, non poteva fare a meno di pensare che, forse, le donne con troppo potere erano pericolose.

Ma la misoginia non si ferma qui. Le dee stesse non erano immuni dalle trappole patriarcali. Prendiamo Atena, dea della saggezza, spesso raffigurata come la “figlia di papà” perfetta, nata dalla testa di Zeus, completamente formata e, sorpresa sorpresa, vergine. Atena, pur essendo una delle divinità più rispettate, è costretta a rinunciare alla sua femminilità per essere presa sul serio nel pantheon dominato dagli uomini. Un compromesso che fa riflettere sul prezzo dell’accettazione in un mondo maschilista.

E non dimentichiamo Elena di Troia, la “faccia che lanciò mille navi”. Ridotta a mero oggetto del desiderio, la sua volontà è completamente irrilevante. Elena è il pretesto per una guerra decennale, una marionetta nelle mani degli dei e degli uomini, la cui bellezza è la sua unica colpa.

La mitologia greca ci regala drammi avvincenti e storie immortali, ma è anche uno specchio di una società in cui le donne erano spesso relegate a ruoli marginali, vittime di inganni divini e umani. La misoginia era incastonata nelle leggende come le gemme in una corona. Quindi nelle storie di eroi e dei, dietro quelle narrazioni epiche, si nascondono pregiudizi antichi come il tempo.