Il silenzio che parla: pause e sospensioni più forti di mille battute

Immagine di Harold Pinter

Sul palco non parlano solo le parole. Parlano i gesti, la postura, la mimica espressiva, i respiri, gli sguardi… e soprattutto i silenzi.

Per molti attori, all’inizio, il silenzio è un nemico: si ha la sensazione che la scena si fermi, che il pubblico si annoi. Ma presto si scopre che il silenzio è uno dei più potenti strumenti narrativi.

Un attimo sospeso può dire più di un monologo.
Quando cala il silenzio dopo una battuta, lo spettatore ha il tempo di assorbirla, di lasciarla scendere dentro di sé. È come un’eco che prolunga il significato.

Ma il silenzio non è mai vuoto.
Un silenzio ben fatto è pieno di tensione, di intenzione senza togliere nulla al ritmo e all’azione. È un ponte invisibile tra l’attore e lo spettatore. Samuel Beckett lo ha reso un’arte in Aspettando Godot, e Harold Pinter* è arrivato a distinguere tra “pausa” e “silenzio”, dando a entrambi valore drammaturgico.

Come lo vivo io.
Ogni volta che faccio una pausa in scena, sento di lasciare allo spettatore uno spazio. È un momento fragile, ma anche carico di potenza. Si comunica più col non detto che col detto, più con l’attesa che con l’azione.

Il pubblico ascolta anche il silenzio.
Un respiro trattenuto, un passo mancato, uno sguardo sospeso: sono segni che parlano senza suoni. Ed è qui che si crea davvero la magia: quando lo spettatore resta con il fiato sospeso, aspettando.

Forse il silenzio è il linguaggio più universale che il teatro possieda. Perché non ha bisogno di traduzione: basta esserci, basta ascoltare.


*Harold Pinter, Premio Nobel e maestro del teatro del Novecento, ha reso celebre l’uso drammaturgico delle interruzioni. Nei suoi copioni distingueva con precisione tra “pausa” e “silenzio”:

  • Pausa → un’interruzione breve, che lascia trapelare esitazione, imbarazzo o cambiamento emotivo. La scena continua a scorrere, ma con un respiro diverso.
  • Silenzio → uno stacco più lungo e pesante, un vuoto che diventa esso stesso evento drammatico. Non è assenza, ma una presenza palpabile che grava sui personaggi e sugli spettatori.

Le sue opere (Il compleanno, Il guardiano, Vecchi tempi) mostrano quanto lo spazio tra le parole possa essere carico di tensione. È proprio lì, tra una battuta e l’altra, che il pubblico percepisce desideri, conflitti e verità nascoste.

Da qui l’espressione “pausa pinteriana”: la dimostrazione che a volte ciò che non si dice può pesare molto più di ciò che si dice.

A pause is not silence. Silence is when no one speaks. A pause is when perhaps someone wants to speak but doesn’t.

Fonte: Michael Billington, The Life and Work of Harold Pinter (Faber & Faber, 1996), via ChatGPT.

L’interpretazione asciutta

Il poema – questa esitazione prolungata tra il suono e il senso” scrisse Paul Valery, il grande poeta, scrittore e filosofo francese.

Ma cosa significano queste parole per un attore? Come possiamo interpretarle nella quotidiana azione e reazione che, sul palcoscenico o davanti ad un microfono, sono il mestiere di chi veicola emozioni?

La poesia è efficace quando il testo è comprensibile, quando cioè l’abilità interpretativa dell’attore non sovrasta il significato. In altre parole una poesia (o un testo) è ben recitata quando l’ascoltatore (o lo spettatore) riescono a cogliere il testo e ad interpretarlo secondo i propri codici interiori.

La declamazione enfatica, ricercata, ricca di salti di tono tende a diventare una musica e il fruitore si lascia travolgere da essa accantonando il testo come struttura accessoria e non più essenziale del componimento.

Valery dunque chiarisce con quella frase un concetto essenziale: l’interpretazione deve essere asciutta, priva di abbellimenti che snaturano il senso del testo o da esso distraggono l’ascoltatore.

Per fare un esempio di questo principio invito all’ascolto della poesia di Giacomo Leopardi «L’infinito» recitata da Vittorio Gassman (grande interpretazione molto ricca e ricercata sia pur delicata) e Elio Germano (interpretazione più intima, raccolta… asciutta)

Vittorio Gassman
Elio Germano

Entrambe le interpretazioni sono di altissimo livello (e come potrebbero non esserlo?), ed entrambe a modo loro aiutano l’ascoltatore a cogliere il testo ma nel, pur grandissimo, Gassman c’è un gioco, un’attenzione maggiore alla sonorità e alla forma che potrebbe distrarre, che porta ad un compiacimento estetico del tutto assente nella intensa e vissuta, quasi monotona, versione di Germano che a mio avviso più si avvicina e meglio rende il sentimento che Leopardi voleva trasmettere.

Non è una questione di gusti (personalmente ammiro Gassman e non sono certo all’altezza di criticarlo) ma di attenzione all’offerta del testo all’ascoltatore.

Questo dunque intendo con interpretazione “asciutta”, efficace, che riesce ad esprimere esattamente, secondo me, quello che voleva dire l’autore attraverso la visione di Valery.

Esercizio degli esercizi

“Gli attori eseguono gli esercizi e quando diventano bravi smettono. Invece gli esercizi bisogna farli sempre, perché prima sono gli attori che fanno gli esercizi, poi sono gli esercizi che fanno gli attori”. Queste parole sono di Gabriele Vacis, uno dei più illuminati e importanti registi italiani.

Condivido questo suo pensiero e ho cercato di metterlo in pratica nel nuovo lavoro che stiamo allestendo con Marzia Trasanna, Angelo Cauda e Marco Mauro. Purtroppo le restrizioni dovute alla pandemia hanno interrotto il cammino intrapreso, ma quando le prove torneranno in presenza lo riprenderemo.

Soprattutto nel teatro amatoriale gli esercizi sono importanti. Servono a scrollarsi di dosso il peso della fatica quotidiana, consentono di entrare meglio nella parte, di lasciarsi avvolgere dallo spirito del personaggio. Gli esercizi sono diversi e ciascuno con uno scopo preciso: rilassamento, gestione dello spazio, interdipendenza sulla scena, prevenzione dell’impallamento, mimica espressiva.

Attraverso gli esercizi si “screma” l’interpretazione grattandole via le sovrastrutture che la quotidianità fatta di stress, lavoro, impegni e quant’altro ci rende cinici, nervosi e talvolta finti, adeguati a stereotipi comportamentali e che quando la sera ci si trova per le prova viziano il comportamento, distolgono l’attore dall’espressione del sentimento che lo rende “vero” e credibile.

Stare in scena significa esprimere un sentimento, Luis Jouvet diceva nelle sue “sept leçon de theatre” che il sentimento precede la battuta, ma se il sentimento è intossicato dal “logorio della vita moderna” con quale credibilità potrà emergere sul palcoscenico?

Solo attraverso un percorso di purificazione che passa per l’esecuzione di esercizi specifici e mirati, l’attore può liberarsi dei lacci e lacciuoli che ne imbrigliano il talento per consentirgli di ritrovare l’autenticità del personaggio e scambiare emozioni col pubblico.