L’ansia buona: perché tremare prima di entrare in scena è necessario

Immagine di attrice in camerino prima di andare in scena

C’è un momento che tutti gli attori conoscono bene: i secondi prima di entrare in scena. Il cuore accelera, la bocca si secca, le mani diventano fredde. È l’ansia che si ripresenta puntuale, anche dopo anni di esperienza, anche dopo decine di repliche.

Molti pensano che sia un difetto, un limite da combattere. In realtà, fino a una certa soglia, quell’ansia è un alleato prezioso. È il segnale che siamo presenti, che il corpo e la mente stanno entrando in uno stato di concentrazione assoluta.

Il terrore del vuoto di memoria
L’ansia dell’attore nasce quasi sempre da un pensiero: “E se dimentico le battute?”. È un timore antico quanto il teatro. Perché la scena è un flusso che non si può interrompere, non c’è possibilità di fermarsi e ricominciare. Il vuoto di memoria è l’incubo di ogni interprete, ma paradossalmente è anche ciò che lo spinge a prepararsi meglio, a provare e riprovare, a rafforzare la memoria muscolare e l’intesa con i compagni.

Ansia utile e ansia distruttiva
Se l’ansia supera una certa soglia, rischia di bloccare: le parole si confondono, i movimenti si irrigidiscono, la mente si spegne. Ma quando resta sotto controllo, diventa un carburante: aumenta l’adrenalina, affina l’attenzione, amplifica la percezione del momento presente. È come il filo teso di un equilibrista: senza tensione non regge, con troppa tensione si spezza.

Rituali e concentrazione
Ogni attore ha i suoi rituali per gestire quel momento. Alcuni respirano profondamente, altri ripetono mentalmente la prima battuta, altri ancora si isolano in silenzio. Io stesso, prima di un ingresso, vivo quell’ansia come un campanello d’allarme positivo: mi ricorda che sto per varcare una soglia e allora preferisco il silenzio che favorisce la concentrazione.

Luis Jouvet diceva: “Il sentimento precede la battuta”. Ed è vero: l’ansia, se incanalata, diventa il sentimento che prepara la scena, la vibrazione che dà verità alla prima parola pronunciata.

Non si supera, si impara a convivere
Molti sperano che con il tempo l’ansia svanisca. La verità è che non se ne va mai del tutto. Cambia forma, si attenua, ma resta. Ed è giusto così. Perché senza quell’agitazione, forse, recitare diventerebbe un atto meccanico. L’ansia buona ci ricorda che il teatro è vita, che ogni replica è diversa, che ogni ingresso è unico e irripetibile.

E allora, la prossima volta che sentirò lo stomaco stringersi poco prima di varcare la soglia del palcoscenico, saprò che non è debolezza. È presenza. È attenzione. È energia pura che chiede solo di trasformarsi in emozione.

L’arte segreta della semplicità

Mi piace ricordare che una voce ha dei ritmi interni che ne creano il dinamismo,
ma occorre essere abili a nascondere la tecnica che serve per arrivare a certi risultati. Niente è naturale. Per quel che mi riguarda, dietro l’evidente calore con cui lanci una battuta ci deve essere un freddo controllo delle intenzioni.

— Umberto Orsini, “Sold Out”

C’è un momento preciso in cui lo spettatore smette di guardare un attoree inizia a credere a un personaggio. È un istante sottile, impercettibile, in cui il gesto, il tono, la battuta sembrano nascere lì, sul momento, come parte inevitabile di un presente che non può essere che quello.

Ecco la forza dell’apparente semplicità. Ma come spesso accade, ciò che sembra naturale è in realtà il frutto di un lavoro preciso, paziente, segreto. Niente, davvero, è naturale.
Lo sa bene chi recita ogni sera con lo stesso testo e cerca — ogni sera — un modo diverso per renderlo vivo.
Ogni parola detta sul palco è il risultato di una scelta.
Ogni pausa è un’intenzione.
Ogni inflessione è un rischio calcolato.

Umberto Orsini lo dice con disarmante onestà: il calore di una battuta deve appoggiarsi su un freddo controllo.
È lì che nasce il mestiere. Non nel talento puro, non nell’ispirazione improvvisa, ma in quell’equilibrio fragile tra emozione e tecnica. Tra il lasciarsi andare e il sapere esattamente dove si sta andando.

È questa l’arte più difficile: nascondere la costruzione, far sembrare spontaneo ciò che è stato ripetuto, analizzato, scolpito. Essere veri senza essere veri.
E riuscirci ogni sera, davanti a un pubblico diverso, con un’energia diversa.

Chi ama il teatro riconosce questa magia e forse non se la spiega ma la sente.
Perché quando qualcosa è fatto bene, profondamente bene, non si nota.
Si vive.

E allora l’attore che ha lavorato sulla voce, sul corpo, sul pensiero e sul respiro… può finalmente smettere di recitare.
E semplicemente… accadere.

Perché il teatro è vita.

Il teatro è fiducia

Non puoi salire sul palcoscenico se non ti fidi di chi c’è con te. Se quando ti rivolgi al controscena non trovi intesa, non leggi complicità nei loro occhi, non hai confidenza con lei, lui, loro difficilmente il risultato sarà soddisfacente.

Uno degli esercizi di laboratorio teatrale che preferisco consiste nel lasciarsi cadere all’indietro o buttarsi in avanti sapendo che qualcuno ti accoglierà, che qualcuno sarà dove deve essere, dove c’è bisogno della sua presenza. È un esercizio che unisce, un esercizio che rafforza il ruolo educativo del teatro, che alimenta la capacità di stare in relazione fra le persone, che migliora l’empatia, che rende più umani e forti.

Ci sono molti esercizi e pratiche teatrali (“ossigeno“, “ala di farfalla”, la “schiera” per citarne alcuni) che puntano a questo scopo e alla fine di una sessione di laboratorio ci si sente meglio, si sta bene e si intensifica quel sentimento di coesione e coordinamento fra le persone.

Questo principio vale anche per le prove (che io preferisco chiamare “progressi“) di uno spettacolo. È infatti fondamentale che tutti partecipino ad ogni incontro: attori, tecnici, assistenti, indipendentemente dal loro coinvolgimento nelle scene oggetto della sessione, perché la coesione, l’intesa, la relazione fra i vari componenti del gruppo si formula giorno dopo giorno, prova dopo prova, sguardo dopo sguardo, contatto dopo contatto.

Il movimento, il gesto, l’azione vengono prima della parola: “il sentimento precede la battuta” diceva Luis Jouvet, e quale sentimento può trovare maggiore efficacia se non quello che nasce in un contesto coeso, ricco di fiducia reciproca e di scambio continuo?

Il teatro è vita!

Il formAttore

L’attore, spesso visto semplicemente come un intermediario tra un copione e il pubblico, riveste in realtà un ruolo molto più complesso e significativo: quello di educatore e formatore dello spettatore. Attraverso le sue performance, l’attore ha la capacità di influenzare le emozioni, le idee e le percezioni del pubblico, trasformando una mera esperienza di intrattenimento in un’opportunità di riflessione e crescita.

In primo luogo, l’attore è un narratore che dà vita a storie e personaggi, permettendo agli spettatori di esplorare esperienze diverse dalle proprie. Questa immersione in mondi alternativi non solo intrattiene, ma offre anche una nuova prospettiva sulla realtà. Ad esempio, interpretando personaggi in situazioni di conflitto, l’attore può stimolare la comprensione delle dinamiche sociali e culturali, educando il pubblico su questioni di giustizia, amore e identità, a tal proposito si pensi a teatro di Dario Fo, Eduardo De Filippo, Gabriele Vacis, Peter Brook e nel cinema a Jean-Luc Godard, Alain Resnais, Ferzan Ozpetek, Woody Allen, Krzysztof  Kieslowski, Florian Henckel von Donnersmarck e tanti altri ancora.

Inoltre, il linguaggio del corpo e l’espressività dell’attore hanno un forte impatto emotivo. La capacità di trasmettere sentimenti autentici permette allo spettatore di instaurare una connessione profonda con il personaggio, suscitando empatia e consentendo una riflessione critica sulla propria vita e sulle proprie esperienze. Attraverso questa connessione, l’attore educa il pubblico a riconoscere e comprendere le proprie emozioni, creando uno spazio di introspezione (pensiamo ad esempio Anna Marchesini, Gigi Proietti, Paolo Nani, Jerry Lewis).

La funzione formativa dell’attore si manifesta anche nella scelta dei ruoli e delle opere da rappresentare. Attori impegnati in progetti che affrontano temi sociali o politici svolgono un ruolo fondamentale nel promuovere una maggiore consapevolezza e sensibilità nel pubblico   (ad esempio Gian Maria Volonté, Dario Fo, Alessandro Bergonzoni); essi diventano portavoce di messaggi importanti, contribuendo a immaginare un mondo migliore e a stimolare il dibattito su questioni rilevanti sia attraverso il dramma che la comicità.

Inoltre, l’attore può fungere da modello di comportamento. Attraverso le sue interpretazioni, può ispirare gli spettatori a riflettere su valori come l’integrità, la resilienza e l’empatia. In questo modo, il palcoscenico o il grande schermo, diviene un laboratorio di vita, dove le esperienze rappresentate possono insegnare al pubblico lezioni preziose applicabili nella vita quotidiana (si pensi ad esempio ai personaggi di Paolo Villaggio o a Marcello Mastroianni).

Infine, l’interazione tra attore e spettatore arricchisce ulteriormente il processo formativo. Ogni performance è unica e suscita diverse reazioni in base alle esperienze personali di chi guarda. Questo scambio rende l’arte scenica un mezzo di dialogo, capace di attivare conversazioni significative e progetti di crescita collettiva (penso a Vittorio Gassman, Arnoldo Foà, Elio Germano).

 Il ruolo dell’attore trascende il semplice atto di recitare (a tal proposito Dario Fo disse che “Recitare fa sì che la voce e il gesto diventino quasi anonimi“). Quale mediatore di esperienze, emozioni e idee, l’attore si configura come un formatore dello spettatore, che ha il potere di arricchire la società, stimolando una maggiore consapevolezza e comprensione. Attraverso l’arte, l’attore non solo intrattiene, ma educa, ispira e stimola un cambiamento positivo.

Perché il teatro è vita.

Il potere dell’astrazione

Lucrezia interpretata da Patrizia Pozzi - Locandina della serata al conservatorio di Torino il 1/4/2023

Quando un attore è bravo? Quando un attore da artigiano diventa artista? Quando possiamo dire di aver apprezzato un’interpretazione davvero ben fatta? Ci sono molte risposte a queste domande, tutte lecite e legittime, poiché tanti sono gli elementi che concorrono a determinare la bravura di un interprete, ma io ne prediligo una: quando ci fa vedere e sentire ciò che non si vede e non si sente, quando cioè induce lo spettatore ad astrarre.

Ieri sera ho assistito ad una magnifica interpretazione: “Lucrezia” per la regia di Ivana Ferri e l’interpretazione di Patrizia Pozzi ed è stata emozione pura. Anche il giorno dopo, a mente fredda, quelle emozioni hanno lasciato il segno, sono sedimentate e continuano a farlo.

Si tratta di un monologo autobiografico di Lucrezia Borgia basato sulle ricerche storiche della professoressa Diane Yvonne Ghirardo dell’University of Southern California di Los Angeles e interpretato da Patrizia Pozzi. Una narrazione ricca di emozioni: gioia, tenerezza, dolcezza, rabbia, violenza, morte e dolore. In poco più di un’ora si viene immersi in un tempo, la fine del XV° secolo fatto di intrighi, cospirazioni, guerre, delitti e misfatti vari attraverso cui emerge la figura di Lucrezia non più con le tinte fosche della malvagità delle nefandezze commesse dai suoi familiari (come buona parte della letteratura e della storiografia ha fatto) ma con l’immagine pulita e sofferta di una donna di quel tempo che doveva affrontare e gestire un mondo patriarcale che su di lei aveva un peso ancora maggiore (essendo figlia di papa Alessandro VI). Al di là delle verità storiche, l’abile regia di Ivana Ferri ha offerto un tocco di dolcezza e tenerezza che nulla hanno tolto allo spirito cruento delle vicende narrate restituendo una figura umana, quella di Lucrezia Borgia, fatta di sentimenti e di intimi travagli.

L’interpretazione di Patrizia Pozzi è stata intensa, credibile e profonda. Ci ha fatto abitare le stanze dei castelli ferraresi, ci ha fatto vedere, apprezzare e disprezzare uomini e donne che parevano essere lì in carne e ossa, ci ha fatto soffrire amare e gioire con i sentimenti di Lucrezia e vivere le sue emozioni condividendole con noi, ha cioè fatto quello che una vera artista della scena sa fare, ci ha fatto emozionare, ci ha fatto astrarre, ci ha commossi, ci ha coinvolti, ci ha preso per mano e portato nel mondo di una donna così distante da noi da renderla tanto attuale e presente. Cosa si può chiedere di più ad un’attrice?

L’artigiano è un abile esecutore, capace e attento, l’artista è una fonte di emozioni.

Ieri sera Patrizia Pozzi ci ha emozionato.

Perché il teatro è vita.

Oltre la quarta parete

Da poco sono entrato nel circuito di “Invito a cena con delitto”, sono uno degli attori che interpreta un ruolo nelle rappresentazioni che si fanno nei ristoranti dove il pubblico, fra una portata e l’altra, è coinvolto nelle azioni comiche e strampalate che seguono il filo conduttore di una trama poliziesca e alla fine è invitato a proporre la propria soluzione del giallo vincendo, chi scopre la verità, un premio da parte del ristoratore.

Questa esperienza nuova mi ha permesso di riflettere su un aspetto spesso teorizzato e mai realmente affrontato: andare oltre la quarta parete.

La caratteristica di queste esibizioni sta nell’interazione con gli spettatori che sono coinvolti spesso con risvolti divertenti e assolutamente imprevedibili. Qui si apre la diretta conseguenza del varco della quarta parete: l’improvvisazione teatrale.

Lo sanno bene bene i musicisti quanto sia complessa l’improvvisazione che, al contrario di quanto si potrebbe pensare, è una tecnica che ha le sue regole, i suoi percorsi e i suoi limiti. Reagire alle interazioni degli spettatori, a volte alle loro provocazioni, ai loro stati d’animo o al loro naturale desiderio di partecipare, è un’esperienza difficile, complessa ma estremamente stimolante.

Ogni volta che si entra in scena si “butta il cuore oltre l’ostacolo” e la determinazione, la concentrazione e la percezione dei luoghi, degli spazi, dei volti è assoluta. Non è come sul palcoscenico, dove le luci oscurano il pubblico e allora è più semplice concentrarsi su quanto avviene sul palco… no, in un ristorante, fra i tavoli, l’attore vede i volti degli spettatori, di chi deve emozionare, riceve continui e infiniti feed-back che alzano la tensione e accrescono l’entusiasmo in maniera esponenziale. Si incrociano gli sguardi, si sentono le voci, si “tocca” la tensione, si capisce subito se una battuta è stata detta bene o male dalle reazioni del pubblico.

L’ultimo aspetto estremamente stimolante di questo tipo di esperienze sta nell’interazione diretta, a volte fisica, con gli spettatori che manifestano quasi sempre il desiderio e l’intenzione di partecipare, perché divertirsi è anche questo: condividere un’esperienza piacevole, brillante, sentirsi parte di qualcosa di bello e gli spettatori vogliono sentirsi parte della bellezza. Assecondare e stimolare questo naturale sentimento è una delle soddisfazioni maggiori che un attore possa raggiungere…

…perché teatro è vita!

Scopri “Invito a cena con delitto dell’ispettore Tourbillon

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Quel magico momento…

All’inizio di uno spettacolo teatrale c’è un momento magico che dura un’eternità: quello che precede l’apertura del sipario.

Ci sono teatri che per varie ragioni, da quelle tecniche a quelle economiche, non hanno le tende o il telone ed è un peccato, perché l’emozione di sentire il pubblico oltre quella “parete”, la famosa quarta parete, è intensa, si percepisce la sensazione di attesa, si amplifica la tensione, i muscoli si irrigidiscono e per quanto si mettano in pratica le tecniche di Stanislawsky per scioglierli, per quanto si facciano esercizi di respirazione o si ricorra ad altri rimedi, quell’emozione preliminare è inevitabile, quello stato d’animo è profondo, quell’ansia avvolge e pervade.

In fondo è salutare: se controllata, se gestita, se si impedisce che prenda il controllo sull’attore, quella tensione è come la corda di un arco che viene tirata prima di scoccare il lancio della freccia che sarà tanto più potente quanto maggiore sarà stata la forza applicata.

Fare centro è un’altra storia, dipende da diversi fattori: molti endogeni, alcuni esogeni. Sono endogeni quelli che comprendono l’intesa fra gli attori, la cura della regia, la preparazione sia a lungo termine che quella immediata, la concentrazione, lo stato d’animo. Sono invece esogeni quei fattori che dipendono dal clima in città, dalla programmazione del teatro, dalla preparazione del pubblico, dalla campagna di stampa e quella promozionale, tutte cose su cui l’attore, il cast, il regista non possono intervenire se non marginalmente.

Quando si spengono le luci, suona la campanella, la voce avvisa “chi è di scena“, si raggiunge il culmine di quella tensione e il rumore delle tende o del sipario che si muovono produce una scarica di adrenalina che nessuna emozione può eguagliare e nessuna parola può descrivere compiutamente.

Quel momento magico è unico e irripetibile e nella giornata mondiale del teatro, vale la pena ricordarlo poiché la sua breve durata passa perlopiù inosservata e invece è vitale.

Perché il teatro è vita!

Livelli narrativi

Uno dei miei maestri di regia, Giancarlo Fares, durante una lezione disse che i più grandi autori teatrali scrivono opere con più livelli narrativi, in Shakespeare ad esempio si arrivava anche fino a cinque o sei livelli.

Storie che si sovrappongono, narrazioni che si intrecciano ma che “vivrebbero di vita propria” anche se estrapolate dalla trama principale dell’opera teatrale, i livelli narrativi sono un po’ come il contrappunto nella musica, in cui in sostanza ci sono diverse melodie che si sovrappongono e che stanno bene insieme ma ciascuna delle quali potrebbe essere ascoltata separatamente ed essere completa, non come supporto di un’altra melodia.

È difficile intrecciare le diverse storie, è un esercizio complesso il cui rischio consiste nel creare un testo disordinato, fuorviante, dove lo spettatore non sa più bene cosa seguire se la scrittura non è stata condotta con attenzione, tenendo bene a mente il percorso narrativo primario. Ho cercato di concretizzare questo concetto nell’audioracconto “La rivelazione” insieme a Vita Respina (con cui l’ho interpretato) ove si sovrappongono almeno tre livelli narrativi (l’incontro fra i personaggi, Roma durante il fascismo e una storia d’amore) i cui contorni sono sfumati ma che potrebbero essere storie a sé stanti.

Quando scrivo i miei testi, senza pretese lo so, li “vedo” rappresentati in scena e li immagino da spettatore, non so cosa scriverò qualche riga dopo: so dove sono ma non dove sarò. Questo aiuta e m’immedesimo nei personaggi indagando nelle loro storie.
Per questo nella direzione di uno spettacolo o un audioracconto ho iniziato a lavorare preparando dei profili dei personaggi che illustrano agli attori ogni aspetto della loro esistenza fino alle due generazioni precedenti. Non mi limito solo alla storia personale di ciascun personaggio, ma anche la sua spiritualità, le sue idee politiche, la sua psicologia, le sue aspirazioni, il suo lavoro, le sue fobie e i rapporti con colleghi, amici e parenti.

Agli attori consegno queste pagine in cui ciascuno deve studiare il suo personaggio e conoscere i profili degli altri, prima ancora di studiare il testo, prima ancora della lettura analitica collettiva. In questo modo diventa più facile per gli attori farsi “attraversare” dai personaggi che devono interpretare. Sarà poi la loro creatività a conferire i tratti di credibilità, del “vero”, nell’affrontare le circostanze date trasmettendo le giuste emozioni al pubblico.

Succede però che nel costruire questi profili così approfonditi nascano intrecci che possono dare vita ad altre storie, a narrazioni parallele. Ne “Il perdono“, il terzo audioracconto della trilogia “El proceso” all’attrice Patrizia Battaglia, che aveva una ventina di battute nel testo (che dura poco più di dieci minuti), consegnai ben tre pagine di testo fitto con i profili del suo personaggio, della figlia, del fratello, del marito, dei genitori e dei nonni, aveva più cose da sapere su ciò che c’era fuori dalla scena che su quello che doveva interpretare. Da brava attrice non ebbe difficoltà a calare dentro di sé il personaggio di Florencia Martinez e “diventare” lei mantenendo la propria personalità conferendole dramma e credibilità. Questo avvenne perché nella sua interpretazione si avvertivano i diversi livelli narrativi che erano all’origine delle circostanze date in cui stava recitando.

Sebbene sia un percorso su cui ho ancora molto da imparare, vedo che è efficace per aiutare gli attori a dare il meglio di sé in scena e abbreviare i tempi di comprensione del personaggio. Sta succedendo anche con “Una volta ti vengo a trovare” (il dramma che portiamo in scena con Angelo Cauda, Marzia Trasanna e Marco Mauro appena la pandemia lo permetterà) rendendo tutto più armonico, tutto più “vero”, perché la vita, quella fuori dalle scene (vera non è l’aggettivo giusto perché è vera anche la vita sul palcoscenico) è un intreccio continuo e una sovrapposizione costante di più livelli narrativi.

Siamo il frutto di tante storie: la nostra esistenza, come potrebbe non esserlo anche il teatro che per Silvio D’Amico è la poesia della vita?

La canaglia terapeutica

Una considerazione di Paolo Nani che più o meno recita così “uno degli effetti terapeutici del fare teatro è che se il personaggio è un bastardo, l’attore deve tirare fuori il bastardo che c’è in lui anche se nella vita quotidiana non può farlo, allarga cioè con colori nuovi la propria tavolozza” mi ha indotto ad alcune riflessioni.

Nella vita quotidiana non possiamo essere canaglie o persone spregevoli (per fortuna aggiungerei) in scena sì. Anzi, siamo chiamati ad esserlo, dobbiamo diventare quella cosa lì anche se non ci piace, anche se non ci confà, ovviamente vale anche il discorso opposto. Il lavoro dell’attore su sé stesso passa anche per questa prova, andando a cercare quella parte di sé che probabilmente detesta, che tiene nascosta e che ha finalmente libero sfogo in scena, è un modo di conoscersi e testare i propri limiti senza correre rischi.

Quest’azione sulla propria psiche e sulla propria anima comporta uno sforzo e lo sforzo è ciò che dà valore a quel che si fa, anche quando si fa l’amore c’è uno sforzo, un lavoro, un logorio fisico ma anche psicologico che è meraviglioso e nel teatro avviene una cosa simile, la soddisfazione del successo sta proprio nell’appagamento generato dall’applauso del pubblico, un applauso che premia quello sforzo, quella fatica gioiosa. Vittorio Gassman nella sua autobiografia parlava dell’applauso come momento orgasmico col pubblico e penso che si riferisse proprio a questo.

Come in tutte le azioni delicate e impegnative però ci sono dei rischi, uno dei più insidiosi è quello di giudicare il personaggio e di farsi condizionare da questo giudizio. Se devo interpretare un personaggio viscido e spregevole (come mi è capitato di dover fare in “Tre” di Gian Carlo Fantò) devo stare attento a quello che quel personaggio suscita in me vedendolo dall’esterno poiché non finisca per condizionarmi l’interpretazione attraverso il disprezzo che nutro per lui, un disprezzo che devo sforzarmi di non provare.

Questo aspetto assume un altro ruolo terapeutico del teatro: vivere il personaggio dall’interno, non giustificandolo (che sarebbe un altro modo di giudicarlo) ma comprendendolo, immaginando il percorso di vita di chi si sta interpretando per giungere al punto in cui si comporta come prevede la trama. Si tratta dunque di immedesimarsi in qualcun altro sviluppando empatia e sensibilità, attenzione e soprattutto presenza.

Quando si è compreso il personaggio, quando vi si è calati dentro senza ipocrisie né giudizi, ce ne si appropria e allora si raggiunge la credibilità e di conseguenza diventa più agevole raggiungere la presenza scenica, la capacità cioè di riuscire a suscitare emozioni nel pubblico entrando in relazione con la scena e con gli spettatori.

Per questo la regia deve porre particolare attenzione nel creare i profili dei personaggi, la loro storia, il loro percorso di vita spirituale e psicologico attraverso l’uso di approfondite back history list che favoriscano la comprensione dei personaggi e dei contesti da parte degli attori.

Il teatro è terapeutico per tante persone, forse non per tutte, ma è sicuramente un’avventura straordinaria all’interno di noi stessi, perché il teatro è vita!

La somma che fa l’attore

«I personaggi che noi attori interpretiamo non ci abbandonano mai, c’è sempre qualcosa che ci resta. Siamo la somma delle schegge di personaggi che ci son rimasti dentro e che in qualche modo hanno contribuito alla crescita artistica

Queste parole di Mariano Rigillo richiamano l’essenza del mestiere dell’attore, che sia professionista o amatoriale chi sale sul palco interpretando un personaggio ne viene contaminato, anzitutto dal punto di vista artistico, ma soprattutto da quello umano.

È una contaminazione inevitabile, profonda, necessaria, dovuta al fatto che l’attore ha un solo divieto nei confronti del personaggio: non lo può giudicare. Se lo facesse la sua interpretazione ne sarebbe “ferita”, ne sarebbe distorta, ne orienterebbe il comportamento: un privilegio concesso solo allo spettatore, a colui per il quale l’opera è stata pensata, scritta e rappresentata.

Dunque l’interprete, col passare del tempo acquisisce una personalità ricca, varia, carica di significati e di sentimenti che spesso non sono nati con lui ma che in lui hanno albergato per tutto il tempo in cui egli ha recitato, vissuto e “offerto” i personaggi affidatigli. È un po’ come la fortuna di leggere tanti libri: non si vive solo la propria vita ma anche quelle di chi si legge e che lasciano parti di quelle narrazioni nel nostro vissuto.

Ci sono frasi, battute e pensieri che non mi tolgo più dalla testa poiché sono nel mio modo di pensare, o perché le ho lette o perché le ho interpretate, ci sono punti di vista che sono diventati parte di me poiché mi è toccata la gioia di dar vita a quei personaggi.

Anche questo dimostra, una volta di più, che il teatro è vita!