Quel momento

La musica sfuma, il buio avvolge tutto, avvolge i pensieri, avvolge le cose, avvolge l’emozione che diventa via via più grande, più intensa, più forte… e con il buio cresce il silenzio, un silenzio che eleva lo spirito… tutto, ogni cosa diventa “altro”, ogni cosa diventa una realtà parallela, superiore…

Il pubblico è lì… lo sento, ne sento il respiro, dietro la quinta ne avverto l’attesa, la tensione rotta da qualche immancabile colpetto di tosse repressa…

I pensieri… i timori… le prove… le idee… è tutto lontano, tutto altrove…
Fra poco sarà luce, sarà interpretazione, sarà condivisione, sarà gioia, sarà dolore e intensità, leggerezza e profondità… sarà tutto, sarà niente…

Quando entro in scena? Il sipario è alzato, il buio è tutt’uno col silenzio… non lo so quando entrerò, ma entrerò… il momento sarà quello giusto, non calcolato, non studiato ma sentito.
Quel momento magico che precede l’entrata in scena, un momento eterno, che dura una vita intera ogni volta… quel momento che assapori con un’intensità quasi mistica, la stessa visione che per Dostoevskij precede l’attacco epilettico, il momento della percezione della presenza di Dio…

Poi i pensieri spariscono… il vuoto lascia il passo all’interpretazione… ed è emozione… ed è l’epilessia dello spettacolo, il brivido della vita che prende forma dall’oscurità del boccascena…

Perché il teatro è vita!

Pensare al teatro

“Pensare al teatro è non pensare al testo. Il testo basta a sé stesso.”

Questa considerazione di Giovanni Moleri, uno dei miei maestri di regia teatrale, apparentemente disorienta, scombina le carte, capovolge certezze granitiche.
Eppure.
Eppure impone delle riflessioni, anzitutto che tutta la vita è un testo, una narrazione, posso immaginare storie dalle vite di chi mi circonda, da chi incontro per strada. Il teatro è dunque costruire un artificio, una finzione che ferma ciò che vedo costruendo una narrazione.

Allora il testo diventa il mondo, e il mondo è spazio. Dunque prima che al testo, pensare al teatro è pensare allo spazio, uno spazio in cui innescare il movimento prodotto dal testo. Infatti, sempre secondo Moleri, la messa in scena è la rilettura di un testo collocato in uno spazio fisico. Allora non bisogna pensare allo spettacolo partendo dal testo ma dallo spazio, dalle sue caratteristiche: spazio geometrico il luogo con la sua forma ove si esprime la narrazione, forza espressiva dei corpi che generano un lavoro, che costruiscono un atteggiamento legato alla caratterizzazione, elemento su cui si lavora (il tempo, il colore, il suono…).

Tutti questi elementi rappresentano la poesia dello spettacolo, il ritmo, la melodia. È dunque inevitabile che il lavoro del regista è un lavoro sul pubblico, sullo spettatore e l’attore è il tramite perché questo lavoro si compia secondo la visione del regista. Il lavoro è psicofisico, un lavoro che passa dalle emozioni alle sensazioni corporee. Il regista dovrebbe poter vedere gli spettatori prima e dopo lo spettacolo per coglierne i cambiamenti e comprendere se è riuscito nel suo intento.

Quando andò in scena “La valigia”, il mio primo testo teatrale, sebbene non fossi io il regista volli stare fra il pubblico, volevo sentire le reazioni fisiche degli spettatori, volevo sentire lo “strapp” dei pacchetti di fazzolettini che venivano aperti per asciugare le lacrime, volevo sentire i commenti di approvazione o disapprovazione, volevo sentir ridere, piangere, volevo condividere le emozioni.
Brava fu la regista, Anna Bonasso, a dirigere gli attori verso questo scopo, bravi gli attori ad assecondare questo disegno e io, in mezzo al pubblico, colsi non senza commozione, questo lavoro fatto sugli spettatori che, nei giorni seguenti in vario modo mi confermarono le riflessioni e le emozioni indotte da quanto avevano visto.

Pensare al teatro dunque è pensare a tante cose prima che al testo, che va comunque affrontato, interpretato e gestito ma come un mezzo e non come un fine.

Perché il teatro è vita!

Esercizio degli esercizi

“Gli attori eseguono gli esercizi e quando diventano bravi smettono. Invece gli esercizi bisogna farli sempre, perché prima sono gli attori che fanno gli esercizi, poi sono gli esercizi che fanno gli attori”. Queste parole sono di Gabriele Vacis, uno dei più illuminati e importanti registi italiani.

Condivido questo suo pensiero e ho cercato di metterlo in pratica nel nuovo lavoro che stiamo allestendo con Marzia Trasanna, Angelo Cauda e Marco Mauro. Purtroppo le restrizioni dovute alla pandemia hanno interrotto il cammino intrapreso, ma quando le prove torneranno in presenza lo riprenderemo.

Soprattutto nel teatro amatoriale gli esercizi sono importanti. Servono a scrollarsi di dosso il peso della fatica quotidiana, consentono di entrare meglio nella parte, di lasciarsi avvolgere dallo spirito del personaggio. Gli esercizi sono diversi e ciascuno con uno scopo preciso: rilassamento, gestione dello spazio, interdipendenza sulla scena, prevenzione dell’impallamento, mimica espressiva.

Attraverso gli esercizi si “screma” l’interpretazione grattandole via le sovrastrutture che la quotidianità fatta di stress, lavoro, impegni e quant’altro ci rende cinici, nervosi e talvolta finti, adeguati a stereotipi comportamentali e che quando la sera ci si trova per le prova viziano il comportamento, distolgono l’attore dall’espressione del sentimento che lo rende “vero” e credibile.

Stare in scena significa esprimere un sentimento, Luis Jouvet diceva nelle sue “sept leçon de theatre” che il sentimento precede la battuta, ma se il sentimento è intossicato dal “logorio della vita moderna” con quale credibilità potrà emergere sul palcoscenico?

Solo attraverso un percorso di purificazione che passa per l’esecuzione di esercizi specifici e mirati, l’attore può liberarsi dei lacci e lacciuoli che ne imbrigliano il talento per consentirgli di ritrovare l’autenticità del personaggio e scambiare emozioni col pubblico.