La canaglia terapeutica

Una considerazione di Paolo Nani che più o meno recita così “uno degli effetti terapeutici del fare teatro è che se il personaggio è un bastardo, l’attore deve tirare fuori il bastardo che c’è in lui anche se nella vita quotidiana non può farlo, allarga cioè con colori nuovi la propria tavolozza” mi ha indotto ad alcune riflessioni.

Nella vita quotidiana non possiamo essere canaglie o persone spregevoli (per fortuna aggiungerei) in scena sì. Anzi, siamo chiamati ad esserlo, dobbiamo diventare quella cosa lì anche se non ci piace, anche se non ci confà, ovviamente vale anche il discorso opposto. Il lavoro dell’attore su sé stesso passa anche per questa prova, andando a cercare quella parte di sé che probabilmente detesta, che tiene nascosta e che ha finalmente libero sfogo in scena, è un modo di conoscersi e testare i propri limiti senza correre rischi.

Quest’azione sulla propria psiche e sulla propria anima comporta uno sforzo e lo sforzo è ciò che dà valore a quel che si fa, anche quando si fa l’amore c’è uno sforzo, un lavoro, un logorio fisico ma anche psicologico che è meraviglioso e nel teatro avviene una cosa simile, la soddisfazione del successo sta proprio nell’appagamento generato dall’applauso del pubblico, un applauso che premia quello sforzo, quella fatica gioiosa. Vittorio Gassman nella sua autobiografia parlava dell’applauso come momento orgasmico col pubblico e penso che si riferisse proprio a questo.

Come in tutte le azioni delicate e impegnative però ci sono dei rischi, uno dei più insidiosi è quello di giudicare il personaggio e di farsi condizionare da questo giudizio. Se devo interpretare un personaggio viscido e spregevole (come mi è capitato di dover fare in “Tre” di Gian Carlo Fantò) devo stare attento a quello che quel personaggio suscita in me vedendolo dall’esterno poiché non finisca per condizionarmi l’interpretazione attraverso il disprezzo che nutro per lui, un disprezzo che devo sforzarmi di non provare.

Questo aspetto assume un altro ruolo terapeutico del teatro: vivere il personaggio dall’interno, non giustificandolo (che sarebbe un altro modo di giudicarlo) ma comprendendolo, immaginando il percorso di vita di chi si sta interpretando per giungere al punto in cui si comporta come prevede la trama. Si tratta dunque di immedesimarsi in qualcun altro sviluppando empatia e sensibilità, attenzione e soprattutto presenza.

Quando si è compreso il personaggio, quando vi si è calati dentro senza ipocrisie né giudizi, ce ne si appropria e allora si raggiunge la credibilità e di conseguenza diventa più agevole raggiungere la presenza scenica, la capacità cioè di riuscire a suscitare emozioni nel pubblico entrando in relazione con la scena e con gli spettatori.

Per questo la regia deve porre particolare attenzione nel creare i profili dei personaggi, la loro storia, il loro percorso di vita spirituale e psicologico attraverso l’uso di approfondite back history list che favoriscano la comprensione dei personaggi e dei contesti da parte degli attori.

Il teatro è terapeutico per tante persone, forse non per tutte, ma è sicuramente un’avventura straordinaria all’interno di noi stessi, perché il teatro è vita!